IA, conti alla rovescia
La contraddizione dell’intelligenza artificiale assomiglia a una marea che arriva prima dell’acqua. Le aziende costruiscono argini, spostano interi villaggi organizzativi, tracciano nuove mappe delle responsabilità e poi scoprono che l’onda non è ancora arrivata. Oppure arriva, ma diversa da come l’avevano immaginata. È un comportamento che si ripete, come un rito di divinazione industriale. Le decisioni non vengono prese sulla base dei risultati, ma sulla base degli auspici. Microsoft che riduce migliaia di posizioni mentre investe 80 miliardi di dollari nello sviluppo dell’IA ne è un esempio rivelatore, perché racconta un settore che sacrifica braccia prima ancora di vedere se gli strumenti reggeranno il peso delle promesse.
La scena somiglia a quelle antiche navi che, temendo pirati all’orizzonte, buttavano in mare parte del carico per guadagnare velocità. Il problema è che, spesso, i pirati non arrivavano mai, oppure non erano così feroci. E quando la nave approdava al porto, si scopriva che il carico perduto valeva più della minaccia stessa. Nel mondo contemporaneo il carico sono le competenze umane. Le aziende rinunciano alle loro capacità di manutenzione cognitiva proprio nel momento in cui ne avrebbero più bisogno per addestrare e correggere i nuovi sistemi.
Google, Amazon e Meta inseguono lo stesso paradosso. Tagliano migliaia di posizioni e, nello stesso comunicato, spiegano che la riorganizzazione è necessaria per “liberare risorse” da investire nell’IA. Eppure, dopo i tagli, i prodotti hanno bisogno di un’intensa supervisione. I modelli devono essere controllati, raffinati, addestrati, curati come animali appena addomesticati. Non sono cavalli che partono al galoppo, sono più simili a cuccioli che inciampano mentre imparano a riconoscere il suono del proprio nome. E intanto il personale che avrebbe potuto gestire questa fase è stato lasciato andare.
Ci sono poi casi più radicali, come InvestCloud a Porto Marghera. Qui non si parla di tagli parziali o di organici ottimizzati. Qui è la versione estrema della marea: l’azienda ha licenziato tutti e trentasette i dipendenti, annunciando che la nuova piattaforma integrata sarà costruita su soluzioni basate interamente sull’intelligenza artificiale. La metafora naturale più vicina non è la marea, ma l’eruzione di un vulcano che cancella un villaggio e ne crea un altro di roccia nuova e ancora fumante. È un intervento geologico più che organizzativo. Gli ex dipendenti sono come abitanti che devono lasciare un’isola appena prima che cambi forma.
E poi c’è IBM, un esempio quasi teatrale. L’azienda ha licenziato ottomila dipendenti del reparto risorse umane sostituendoli con AskHR, un agente conversazionale in grado di automatizzare il novantaquattro per cento delle attività di routine. Questa immagine ricorda un antico palazzo reale che cambia da un giorno all’altro tutto il personale di corte, lasciando nelle sue stanze un’unica figura silenziosa e infaticabile che gestisce ogni supplica e ogni documento. A prima vista sembra un gesto di efficienza estrema. Ma l’efficienza, quando è assoluta, diventa un eco: tutto suona più rapido, ma meno umano. Ci si chiede cosa accada quando un’attività richieda eccezioni, interpretazione, diplomazia. Per ora la risposta è sospesa, come un sipario che non si decide ad aprirsi del tutto.
Wells Fargo, invece, rappresenta la variante bancaria del paradosso. Annuncia un incremento di produttività del trentacinque per cento grazie all’IA generativa e, nello stesso momento, prevede una riduzione del personale e un aumento dei costi di licenziamento per il 2026. È come se una città celebrasse l’arrivo di un nuovo acquedotto mentre chiude i pozzi e licenzia gli acquaioli, salvo poi accorgersi che la rete idrica è ancora in prova e perde acqua in punti non mappati. Qui il futuro non avanza, esita. E nell’esitazione si consuma il vero costo: quello del doppio sistema, uno vecchio che non c’è più e uno nuovo che non è ancora pronto.
A guardare il fenomeno con distanza si capisce che le aziende stanno usando l’IA come un faro puntato verso il futuro, ma spesso lo puntano senza conoscere la mappa del territorio. E il faro illumina solo un cono stretto, mentre tutto il resto resta nell’ombra. Il risultato è un avanzare incerto, fatto di passi avanti e improvvise retromarce. Tesla, TikTok, Snap, SAP e decine di altre realtà globali seguono lo stesso schema: investono aggressivamente nell’IA e, parallelamente, riducono settori considerati superflui. È una danza che ha il ritmo spezzato delle decisioni a metà, dove la razionalità economica e la suggestione tecnologica si sovrappongono come due lastre di vetro non perfettamente allineate.
Eppure il nodo centrale non è la tecnologia. La tecnologia è una lente che ingrandisce ciò che le aziende già sono. Le organizzazioni che hanno costruito negli anni una capacità di integrazione graduale riescono a introdurre l’IA come una colonna sonora che cresce senza stonare. Quelle che invece operano per shock, tagliando prima e comprendendo dopo, trasformano la transizione in un terremoto.
Il punto è che l’IA non porta la produttività da sola. Non è un dono degli dei. È uno strumento che richiede cura, manutenzione, adattamento, interpretazione. E la produttività arriva solo quando questa cura è presente. Dove manca, l’IA non sostituisce il lavoro umano: sostituisce la sua assenza. E genera un vuoto. Un silenzio operativo. Un eco di efficienza che non trova ancora un corpo reale in cui abitare.
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