Spillo, la Moka e l’Intelligenza Artificiale
La vera minaccia non è che le macchine imparino a pensare. È che gli uomini smettano di farlo.
Da qualche tempo il dibattito sull’intelligenza artificiale sembra essersi trasformato nell’ennesima versione di una paura molto antica: quella dell’uomo che costruisce qualcosa destinato, prima o poi, a sfuggirgli di mano. Cambiano le epoche, cambiano le tecnologie e cambiano perfino le parole utilizzate per raccontarle, ma il copione rimane sorprendentemente identico. Ieri era la locomotiva che avrebbe sconvolto la società, poi la televisione che avrebbe spento il cervello, quindi Internet che avrebbe cancellato la memoria; oggi è l’intelligenza artificiale che, a sentire alcune narrazioni sempre più diffuse, sarebbe sul punto di organizzare una sorta di colpo di Stato digitale ai danni della specie umana.
Confesso di non essere particolarmente preoccupato da questo scenario.
Non perché i rischi non esistano. Esistono eccome e sarebbe irresponsabile ignorarli. Servono regole, trasparenza, controllo democratico e una riflessione seria sul potere economico e cognitivo che si sta concentrando nelle mani di pochi grandi attori globali. Continuo tuttavia a pensare che il problema principale non sia quello che occupa le prime pagine e alimenta le paure più spettacolari.
Per capire cosa intendo, immaginiamo una scena apparentemente banale. Da una parte una vecchia Moka, dall’altra una sofisticata macchina del caffè connessa alla rete, aggiornata da remoto, assistita da algoritmi e magari impreziosita da qualche forma di intelligenza artificiale. Le immaginiamo davvero in guerra? La Moka che organizza la resistenza e la macchina intelligente che pianifica la conquista del mondo? Evidentemente no, perché la Moka continua a fare ciò che fa da quasi un secolo, ovvero il caffè, mentre la macchina intelligente continua a fare ciò per cui è stata progettata e, se mai dovesse scoppiare il conflitto definitivo tra i due oggetti, sospetto che il vantaggio competitivo resterebbe comunque dalla parte dello strumento più semplice, dato che alla macchina intelligente basta togliere corrente, connessione, aggiornamenti e software, mentre alla Moka continuano a bastare acqua, polvere di caffè e una fiamma.
La provocazione è evidente, ma forse aiuta a guardare nella direzione giusta.
La vera questione non è stabilire se un algoritmo riuscirà un giorno a scrivere meglio di noi, a ragionare più velocemente di noi o a elaborare una quantità di dati immensamente superiore alle nostre possibilità. La vera questione consiste nel capire se noi continueremo a esercitare quelle facoltà che per secoli hanno costruito la nostra civiltà.
Non temo che l’intelligenza artificiale diventi più intelligente dell’uomo. Temo che l’uomo accetti serenamente di diventare meno intelligente.
La differenza è enorme, perché mentre aumenta in modo esponenziale la disponibilità di informazioni, diminuisce progressivamente la disponibilità allo sforzo necessario per trasformarle in conoscenza. Leggere richiede concentrazione, scrivere richiede disciplina, studiare richiede tempo, comprendere richiede fatica e costruire un pensiero richiede pazienza; si tratta di attività che sembrano sempre meno compatibili con una cultura fondata sulla velocità, sull’immediatezza e sulla compressione permanente dell’attenzione.
L’intelligenza artificiale non sta impoverendo il mondo perché produce contenuti. Il rischio emerge quando la sua straordinaria comodità incontra una società già stanca della complessità e progressivamente disposta a delegare ciò che un tempo considerava essenziale: la memoria, il ragionamento, la scrittura, la sintesi, lo studio e perfino il senso critico. È qui che la riflessione diventa interessante, perché il problema non riguarda tanto ciò che l’intelligenza artificiale sarà in grado di fare quanto ciò che noi sceglieremo di non fare più.
A questo punto è forse utile chiarire un equivoco. Non appartengo alla categoria dei tecnofobi e non ho alcuna ostilità ideologica verso l’intelligenza artificiale. Le riconosco un valore enorme e sono convinto che rappresenti uno degli strumenti più potenti mai sviluppati dall’uomo. Ho già affrontato questo tema in un altro editoriale, Intelligenza libera Intelligenza, sostenendo che questi sistemi debbano essere considerati amplificatori delle capacità umane e non sostituti dell’essere umano.
Il punto è che non possiedo alcun rapporto emotivo con questa tecnologia. Non la temo e non la venero, perché non condivido né l’entusiasmo quasi religioso di chi vede nell’intelligenza artificiale una forma di salvezza universale né l’apocalittica digitale di chi vi individua l’origine di ogni male; le attribuisco semplicemente il valore che merita, quello di uno strumento straordinario ma pur sempre uno strumento. Un martello resta un martello anche se costruito con materiali eccezionali, un telescopio resta un telescopio anche se permette di osservare galassie lontanissime e un’intelligenza artificiale resta un’intelligenza artificiale anche quando diventa immensamente più potente. La responsabilità continua a essere nostra.
Ed è probabilmente per questo che la parola più interessante del prossimo decennio potrebbe non essere “intelligenza artificiale”, ma “analogico”.
Non come nostalgia del passato e nemmeno come rifiuto del progresso, bensì come forma di equilibrio. Se Zygmunt Bauman ci ha raccontato una modernità liquida caratterizzata da relazioni fragili, appartenenze temporanee e attenzione intermittente, forse la prossima forma di ribellione culturale consisterà proprio nel recuperare ciò che richiede continuità, presenza e profondità. In un mondo che accelera continuamente, rallentare potrebbe diventare un gesto rivoluzionario.
Allo stesso modo Joseph Schumpeter ci ha insegnato che ogni innovazione genera inevitabilmente nuovi bisogni e nuovi mercati; non sarebbe quindi sorprendente se la prossima opportunità economica non nascesse da una connessione più veloce, ma dalla capacità di scegliere quando connettersi e quando no. Quando un bene diventa abbondante, infatti, il suo contrario acquista valore. L’acqua ha valore nel deserto, il silenzio ha valore nel rumore, l’attenzione ha valore nella distrazione permanente e, in una società dominata dagli algoritmi, il bene scarso potrebbe diventare proprio il pensiero umano non mediato.
Non mi stupirei se tra dieci anni una libreria indipendente venisse percepita come più innovativa di una piattaforma digitale, se un quaderno diventasse più affascinante di un’applicazione e se una passeggiata senza dispositivi fosse considerata un piccolo lusso contemporaneo. Del resto qualcosa si sta già muovendo sotto i nostri occhi. Tornano i vinili, tornano le fotocamere analogiche, tornano i taccuini cartacei e cresce il valore attribuito alle esperienze autentiche, perché ogni rivoluzione genera sempre una contro-rivoluzione e più aumenta l’automazione, più aumenterà il valore di ciò che resta irriducibilmente umano.
Se così fosse, rivendico con una certa ironia il diritto di essere tra gli apripista dell’analogico, non perché voglia combattere il futuro ma perché mi interessa arrivarci intero, continuando a leggere un libro anziché il suo riassunto, continuando a scrivere una pagina anziché limitarne la generazione automatica e continuando a usare il cervello anche quando un algoritmo potrebbe comodamente sostituirlo.
Perché esiste anche un’economia della mente e una società che delega tutto rischia di impoverirsi non solo culturalmente ma anche cognitivamente. Un popolo che non legge, che non studia e che non ragiona diventa inevitabilmente più fragile, più dipendente e, soprattutto, più facilmente orientabile. La questione, allora, non riguarda soltanto la tecnologia; riguarda la libertà.
A questo punto entra in scena Spillo, il mio cane.
Il mio cane non teme l’intelligenza artificiale, non discute di reti neurali, non si interroga sulla singolarità tecnologica e, soprattutto, sembra dormire benissimo nonostante tutti questi problemi. Eppure osservo sempre più spesso esseri umani che equipaggiano i propri cani come se stessero preparando una missione spaziale: GPS, webcam, sensori, tracker biometrici e notifiche in tempo reale. Manca soltanto un profilo LinkedIn e il processo di digitalizzazione dell’animale domestico sarà completato.
Spillo, invece, continua ostinatamente a fare il cane e forse proprio per questo possiede una qualità che noi stiamo lentamente smarrendo: vive nel presente. Noi viviamo nell’anticipazione delle paure, lui nell’esperienza del reale. Noi immaginiamo scenari di autodistruzione globale, lui annusa una traccia nell’erba e procede convinto che sia la cosa più importante del mondo. A essere sincero, non sono affatto certo che abbia torto.
Mentre scrivo queste righe sono quasi le cinque del mattino e tra poco uscirò di casa con Spillo per fare quella che considero una delle attività più sovversive dell’era dell’intelligenza artificiale: camminare tra le colline. Nessun algoritmo incaricato di interpretare il significato dell’alba, nessuna applicazione che misuri il valore dell’esperienza e nessun sistema di intelligenza artificiale chiamato a suggerire il pensiero corretto davanti a un paesaggio toscano; soltanto un uomo, un cane e un sentiero.
Continuiamo pure a discutere delle macchine che potrebbero dominare il mondo. Là fuori esiste ancora una collina dove il Wi‑Fi non prende, esiste ancora un’alba che non richiede aggiornamenti software e continua fortunatamente a esistere un cane che non ha mai sentito il bisogno di consultare una rete neurale.
Forse Bauman aveva intuito la fragilità della velocità e Schumpeter la forza creativa del cambiamento. Io, molto più modestamente, continuo a fidarmi della Moka, di qualche buon libro e di Spillo, perché sospetto che il futuro non apparterrà a chi rifiuterà l’intelligenza artificiale, ma a chi saprà utilizzarla senza rinunciare alla propria.
Ad ognuno le proprie paure, ma soprattutto ad ognuno le proprie forze.
E ho il sospetto che l’analogico stia per tornare di moda molto prima di quanto immaginiamo.
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