L’Italia balla da sola – Censis 2025
Aspetto ogni anno il Rapporto Censis con una sorta di impazienza “deontologica”. Non è un documento, è uno specchio: il 59° rapporto ci mostra chi siamo davvero, senza trucco. E quest’anno l’immagine è brutale. “Età selvaggia, del ferro e del fuoco”: non è retorica, è la diagnosi di un Paese che si illude di essere stabile mentre scivola verso una modernizzazione incompiuta.
L’Italia si allunga nel tempo ma si restringe nello spazio sociale. Gli over 65 sono il 24,7% della popolazione e nel 2045 saranno oltre un terzo. Non è solo demografia: è antropologia. Ulrich Beck parlava di “società del rischio”, ma qui il rischio non si governa, si evita. Conservazione, difesa del presente, paura del futuro: questa è la nostra grammatica. E quando la paura diventa il motore invisibile, il futuro si chiude.
Il lavoro? Un corridoio stretto. L’84,5% dei nuovi occupati è over 50. I giovani? Marginali, precari, inattivi. Bauman sognava una modernità liquida, ma la nostra è una palude. Contratti a termine, gig economy, lavori senza prospettiva: una generazione che non accumula capitale economico né culturale. E senza capitale culturale, dice Bourdieu, si perde voce, si perde potere. La tecnologia? Abbiamo più robot, ma meno produttività e salari in caduta. Sennett lo aveva previsto: innovazione senza progetto corrode il carattere. In Italia, l’innovazione è difensiva: serve a tagliare costi, non a creare valore. E quando il merito non apre porte, la fiducia si sgretola.
Sul piano culturale, il Rapporto è impietoso. Piazze vuote, dibattito morto, astensionismo record. È il “Grand Hotel Abisso” di Adorno (consiglio l’articolo di Cingolani sul Foglio di oggi): ci si rifugia nel piacere individuale mentre fuori infuria la tempesta. Streaming, shopping online, micro-sicurezze. Il 78% teme di non avere assistenza, ma solo il 10% stipula polizze. Paura, non progettualità. Beck lo diceva: il futuro è percepito come minaccia. Così, invece di costruire strumenti collettivi, cerchiamo soluzioni private, spesso illusorie.
E poi il debito: 3.081 miliardi. La ricchezza concentrata in poche mani, il ceto medio che evapora. Bourdieu ci avverte: quando il capitale economico si concentra e quello culturale si impoverisce, il tessuto sociale si sfibra. La transizione digitale e green? Una corsa zoppa. Solo il 25% delle imprese usa l’IA, investimenti green sotto la media europea. È la società della rendita: si vive di ciò che si possiede, non di ciò che si produce. Il tempo si dilata – più longevità – ma l’orizzonte si accorcia. Bauman lo direbbe così: immobilismo travestito da stabilità.
Esempio? La casa come prigione, la pensione come illusione di sicurezza. Si crede di essere protetti, ma si è vulnerabili. E intanto il Paese balla da solo, chiuso nella sua stanza, mentre fuori la musica è cambiata.
E qui la storia ci insegna qualcosa. Negli anni ’30, la crisi economica e la paura del futuro spinsero le società europee verso rifugi identitari e autoritari. Oggi non siamo in quel contesto, ma il meccanismo psicologico è simile: quando il futuro appare minaccioso, si cerca sicurezza nel presente, anche a costo di rinunciare alla progettualità. È la stessa logica che negli anni ’70 alimentò il ripiegamento privato dopo le grandi utopie collettive: dal sogno di trasformare il mondo alla corsa al mutuo e alla casa. Oggi la casa è di “nuovo” il rifugio, la pensione l’illusione di stabilità. Ma come allora, queste sicurezze sono fragili.
Ma qui la provocazione è inevitabile: che fine ha fatto il cambiamento? Negli ultimi dieci anni siamo stati inondati da corsi, master, guru della “change management”, manuali che promettevano resilienza e adattabilità. Io per primo ci credo fermamente: il cambiamento è una competenza, non uno slogan. Eppure, il Rapporto ci dice che questa capacità non si è tradotta in pratica sociale. Perché? Perché il cambiamento è stato declinato come abilità individuale, non come progetto collettivo. Abbiamo imparato a “gestire il cambiamento” in azienda, ma non a trasformare il Paese. È la stessa illusione che negli anni ’90 accompagnò la retorica della globalizzazione: si pensava che bastasse aprire i mercati per aprire le menti. Non è accaduto.
Fonte: 59° Rapporto Censis – Censis – (Qui è possibile scaricare la sintesi del 59° rapporto)
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