Le Olimpiadi dei robot e l’ultima sconfitta dell’immaginazione
Tra algoritmi in corsia, tifoserie digitali e umanoidi in cerca di equilibrio, il vero interrogativo non riguarda ciò che le macchine stanno diventando, ma ciò che gli uomini rischiano di dimenticare di essere.
La Cina organizza le Olimpiadi dei robot e il mondo reagisce come se stesse assistendo alla nascita di una nuova era. Telecamere, tribune, cronache, applausi, commentatori entusiasti. Robot umanoidi che corrono, inciampano, oscillano, cadono e, nei casi più fortunati, tagliano il traguardo senza essere accompagnati fuori pista dai propri ingegneri. Tutto molto moderno. Tutto molto futuristico. Tutto molto incomprensibile. La prima domanda, infatti, resta drammaticamente inevasa: che cosa stiamo guardando?
Lo sport, da quando esiste, è la celebrazione dell’essere umano contro i propri limiti. La corsa non è mai stata soltanto una corsa. Un salto non è mai stato soltanto un salto. Dietro ogni gesto atletico c’è un patrimonio di sacrificio, disciplina, dolore, talento, vocazione, ossessione. Un atleta porta in pista una storia. Un robot porta in pista un alimentatore. Eppure ci raccontano che sia la stessa cosa. Non lo è.
Nessuno ha mai ammirato Usain Bolt perché possedeva una buona meccanica. Nessuno ha mai esultato per Federica Pellegrini perché il suo sistema di locomozione risultava efficiente. Quello che affascina nello sport è la fragilità umana che riesce, per un istante, a diventare straordinaria. È il corpo che sfida sé stesso. È il carattere che prevale sulla fatica. È la volontà che vince contro il limite. Un robot, per definizione, non supera alcun limite. Esegue un compito per cui è stato progettato.
Se una macchina percorre cento metri non siamo di fronte a un’impresa sportiva. Siamo di fronte a un risultato ingegneristico. E sono due cose completamente diverse.
L’equivoco nasce dal nostro tempo, un’epoca che sembra incapace di apprezzare qualcosa senza trasformarla in spettacolo. Non basta più costruire un robot sofisticato. Bisogna vestirlo da atleta. Non basta mostrarne le capacità tecniche. Bisogna attribuirgli una corsia, un numero, un pubblico e possibilmente una tifoseria.
A questo punto la domanda non riguarda più i robot ma gli uomini. Perché ci sono persone che applaudono. E qui entriamo in un territorio affascinante dal punto di vista antropologico. Applaudire un atleta significa riconoscere uno sforzo umano. Significa rendere omaggio a una vicenda personale. Significa identificarsi con qualcuno che ha rischiato, sofferto, fallito e infine raggiunto un risultato.
Ma applaudire un robot per quale motivo esatto? Per il corretto funzionamento dei sensori? Per l’eccellente stabilità del software? Per la brillante gestione della batteria?
La tecnologia dovrebbe renderci più razionali. Invece sembra aver sviluppato nuove forme di sentimentalismo. Abbiamo iniziato dando un nome alle automobili, poi abbiamo ringraziato gli assistenti vocali, quindi abbiamo attribuito intenzioni agli algoritmi e ora siamo arrivati al punto di tifare per dispositivi industriali che percorrono una pista. Con la differenza che un atleta che cade genera rispetto, mentre un robot che cade genera una richiesta di assistenza tecnica.
E infatti basta osservare alcune di queste gare per comprendere il problema. Il robot parte, oscilla, cerca disperatamente un equilibrio che la natura ha perfezionato in milioni di anni e la tecnologia tenta ancora faticosamente di imitare, poi inciampa, devia dalla traiettoria, si arresta o finisce contro un ostacolo. A quel punto tutta la retorica sull’evoluzione del genere umano si riduce all’immagine di una macchina che non riesce a fare ciò che un bambino di cinque anni svolge quotidianamente senza particolare clamore.
Naturalmente nessuno mette in discussione il valore della robotica. Sarebbe sciocco. La robotica cura malattie, entra negli ambienti pericolosi, supporta la ricerca, migliora la produzione industriale e apre prospettive straordinarie. Proprio per questo sorprende l’insistenza nel presentarla come una forma di sport. È come se, non avendo più grandi narrazioni collettive, cercassimo disperatamente di umanizzare le macchine anziché rivalutare gli esseri umani.
Il paradosso è evidente. Spendiamo energie immense per costruire una macchina che cammini come un uomo mentre dimentichiamo la meraviglia rappresentata dall’uomo stesso. Celebriamo la copia e ignoriamo l’originale. Ci entusiasmiamo per l’imitazione e consideriamo ordinario il modello da cui tutto è partito.
Forse è questo il vero significato delle Olimpiadi robotiche. Non raccontano il futuro della tecnologia. Raccontano il vuoto simbolico della nostra epoca. Un tempo guardavamo gli atleti per scoprire fin dove poteva arrivare l’essere umano; oggi osserviamo le macchine per verificare quanto riescano ad assomigliargli.
Ma c’è un aspetto ancora più inquietante. Se domani dovessimo arrivare al punto di provare autentica empatia per un robot che cade durante una gara, che cosa starebbe realmente accadendo? Se il suo schianto ci strappasse un’espressione di dolore, se la sua sconfitta ci provocasse dispiacere, se arrivassimo a tifare per il recupero di un algoritmo come tifiamo per il ritorno di un atleta infortunato, dovremmo forse fermarci un istante e chiederci dove stiamo indirizzando la nostra capacità di sentire.
Perché l’empatia è una risorsa limitata. Ogni emozione investita in qualcosa viene inevitabilmente sottratta a qualcos’altro.
E allora la domanda diventa meno tecnologica e molto più umana: mentre ci preoccupiamo per le sorti agonistiche di una sofisticata aspirapolvere dotata di intelligenza artificiale, siamo ancora capaci di accorgerci del vicino di casa che vive nella solitudine, del collega che attraversa una crisi, dell’anziano che nessuno ascolta, del ragazzo che non trova il proprio posto nel mondo?
Forse il rischio non è che le macchine diventino troppo simili agli uomini. Il rischio è che gli uomini, affascinati dalle macchine, smettano lentamente di interessarsi agli uomini stessi. E sarebbe una sconfitta singolare. Dopo millenni trascorsi a umanizzare il mondo, potremmo ritrovarci a commuoverci per una scheda elettronica che cade su una pista, restando perfettamente indifferenti davanti a un essere umano che cade nella vita.
A quel punto il problema non sarebbe più la robotica. Sarebbe la nostra gerarchia delle emozioni. Perché una civiltà che riesce a provare compassione per un robot e non per un proprio simile non ha costruito macchine troppo umane. Ha semplicemente dimenticato che cosa significa esserlo.
Oggi osserviamo le macchine per verificare quanto riescano ad assomigliargli. Con una differenza sostanziale: quando un uomo attraversa il traguardo assistiamo a una storia. Quando lo attraversa un robot assistiamo a una dimostrazione. Ed è curioso che una civiltà capace di distinguere Shakespeare da un manuale di istruzioni fatichi ormai a comprendere la differenza.
Robot umanoide perde il controllo durante la corsa: si schianta ed esplode – YouTube
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