Oltre la parità
Da Emma Bonino al riconoscimento della cura: perché il valore di una società si misura da ciò che sostiene ogni giorno e non soltanto da ciò che celebra nelle emergenze.
Ci sono momenti nei quali una società comprende il valore di un’infrastruttura soltanto quando questa si interrompe. Accade con i ponti, con le reti energetiche, con i grandi sistemi di trasporto. Accade però anche con quella più invisibile e meno raccontata delle infrastrutture collettive, composta da relazioni, cura, organizzazione quotidiana, assistenza familiare e presidio emotivo, una rete diffusa che per decenni è stata sostenuta in larga misura dalle donne senza che nessuno ne contabilizzasse davvero il valore economico, sociale e persino istituzionale.
Per comprendere cosa rappresenti oggi il ruolo delle donne nel mondo del lavoro occorrerebbe abbandonare per un momento le statistiche sulla partecipazione, le quote, le classifiche internazionali e gli indicatori salariali, per porsi una domanda molto più scomoda e, al tempo stesso, molto più rivelatrice: che cosa accade quando una donna viene meno, temporaneamente o definitivamente, al sistema di relazioni che quotidianamente governa?
È una domanda che assume un significato ancora più forte alla luce delle recenti evoluzioni culturali e giuridiche sul riconoscimento del ruolo del caregiver, perché il cuore della questione non riguarda esclusivamente permessi, tutele o diritti individuali, ma il progressivo riconoscimento di una verità che per troppo tempo è stata considerata quasi un fatto naturale: la cura non è una predisposizione femminile, bensì un lavoro, e come ogni lavoro produce valore, genera benessere collettivo e contribuisce in maniera determinante alla tenuta dell’intero sistema sociale.
In questo senso il lascito politico e culturale di Emma Bonino appare oggi straordinariamente attuale, non tanto perché abbia contribuito ad aprire spazi di libertà per le donne, quanto perché abbia aiutato a cambiare il paradigma attraverso il quale quelle libertà vengono interpretate. La vera conquista, infatti, non consiste nel continuare a dimostrare che una donna può occupare il posto di un uomo, dirigere un’azienda, guidare un ministero o esercitare qualunque professione; quella battaglia, pur non definitivamente conclusa, appartiene ormai al patrimonio democratico delle società mature. La questione più avanzata consiste invece nel riconoscere che il valore prodotto da una persona non coincide esclusivamente con ciò che compare nella sua retribuzione, nella sua posizione professionale o nel suo curriculum.
Per questa ragione la figura del caregiver rappresenta uno degli snodi più interessanti del nostro tempo. Nel momento in cui il diritto riconosce dignità e tutela all’assistenza prestata a un familiare fragile, a una persona con disabilità o a un anziano non autosufficiente, sta implicitamente affermando che esiste una parte fondamentale della ricchezza nazionale che non passa attraverso il mercato ma senza la quale il mercato stesso non potrebbe sopravvivere.
Ed è proprio qui che emerge una riflessione raramente affrontata nel dibattito pubblico. Da anni discutiamo di cosa accade quando una donna entra nel mondo del lavoro, mentre ci interroghiamo molto meno su cosa accada quando una donna è costretta a uscirne, rallentarlo o sospenderlo a causa di una malattia. Eppure è proprio quel momento a rivelarci la struttura profonda delle nostre comunità.
Quando si ammala una donna, soprattutto nella fase centrale della vita, non viene meno soltanto una lavoratrice. Spesso si interrompe il principale nodo di coordinamento familiare; si altera l’equilibrio dell’assistenza agli anziani; si modifica la gestione della disabilità, dell’educazione dei figli, delle relazioni sociali e delle incombenze quotidiane; emergono improvvisamente attività che nessuno vedeva perché venivano svolte con tale continuità da sembrare invisibili. È come se una società scoprisse all’improvviso l’esistenza di una struttura portante che aveva sempre avuto sotto gli occhi senza averne mai compreso fino in fondo l’importanza.
In quell’istante comprendiamo come il mondo contemporaneo abbia beneficiato per decenni di una forma di lavoro sommerso non perché nascosta, ma perché considerata scontata. Un capitale sociale immenso, spesso gratuito, che ha consentito alle famiglie, alle istituzioni e alle organizzazioni di funzionare meglio di quanto le sole dinamiche economiche avrebbero consentito.
Per questo la parità di genere merita oggi di essere scomposta e analizzata oltre gli slogan. Se ridotta a una competizione numerica tra uomini e donne rischia di perdere la sua dimensione più profonda. La vera uguaglianza non consiste nell’eliminazione delle differenze, bensì nel riconoscimento della pari dignità delle persone e del valore delle funzioni che svolgono. Una democrazia matura non chiede alle donne di diventare uomini per essere riconosciute, né agli uomini di rinunciare alla propria identità per partecipare ai processi di cura; chiede invece a entrambi di condividere responsabilità, diritti e opportunità all’interno di una cultura della reciprocità.
Da questo punto di vista anche l’educazione alle differenze meriterebbe una riflessione meno ideologica e più concreta. Educare non significa insegnare l’indistinzione, ma il rispetto; non significa negare la diversità, ma impedire che essa diventi gerarchia; non significa cancellare la complementarità, ma evitare che venga utilizzata come giustificazione di subordinazioni storiche. La vera inclusione nasce infatti quando la differenza non produce svantaggio e quando il riconoscimento dell’altro diventa una ricchezza collettiva.
Sarebbe tuttavia un errore raccontare il presente come se nulla fosse cambiato. Cinquant’anni fa molte delle conquiste che oggi consideriamo normali appartenevano al terreno dell’utopia. Le donne hanno ottenuto accesso, rappresentanza, autonomia economica, riconoscimento professionale e diritti che intere generazioni hanno conquistato attraverso battaglie civili durissime. Proprio per questo non dobbiamo trasformare ogni progresso in un titolo celebrativo permanente. I diritti, una volta acquisiti, devono entrare nella grammatica ordinaria dello Stato di diritto.
Non un centimetro indietro, certamente. Ma neppure la necessità di ripetere ogni giorno che una donna abbia diritto a essere rispettata, valorizzata, pagata equamente o libera di scegliere il proprio percorso di vita. Quando un principio democratico diventa davvero maturo, smette di essere una rivendicazione e diventa normalità.
E c’è un altro aspetto sul quale dovremmo interrogarci con maggiore onestà intellettuale, evitando tanto le semplificazioni ideologiche quanto lo sciacallaggio di chi, per convenienza politica o culturale, arriva perfino a negare la specificità del femminicidio. Le donne non dovrebbero conquistare attenzione pubblica perché vittime di una tragedia, di una violenza o di una morte che scuote temporaneamente le coscienze collettive. Ogni volta che una donna diventa il simbolo di un dolore, ogni volta che una vita spezzata occupa le aperture dei telegiornali e le prime pagine dei giornali, la società è già arrivata in ritardo.
Le donne devono essere riconosciute prima, nel loro valore quotidiano, nella loro capacità di lavorare, innovare, educare, assistere, costruire relazioni e sostenere comunità intere. Una società evoluta non misura il rispetto che deve alle donne dalla quantità di commozione che esprime dopo una tragedia, ma dalla normalità con cui ne tutela la libertà, la dignità e la sicurezza ogni giorno.
E tuttavia sarebbe un grave errore culturale considerare l’omicidio di una donna come un semplice fatto di cronaca o una categoria indistinta della violenza umana. Esiste una dimensione antropologica che rende il femminicidio qualcosa di specifico e profondamente diverso. Quando viene colpita una donna in quanto donna, non viene aggredita soltanto una persona, ma l’insieme dei significati sociali, relazionali e generativi che quella persona rappresenta all’interno della comunità. Viene colpita una libertà, un’identità, una presenza che storicamente ha contribuito a costruire legami, cura, trasmissione educativa e coesione sociale. Per questa ragione riconoscere la specificità del femminicidio non significa attribuire maggiore valore a una vita rispetto a un’altra; significa comprendere fino in fondo la natura culturale di una violenza che affonda le proprie radici nel possesso, nella negazione dell’autonomia femminile e nell’incapacità di accettare la piena soggettività dell’altra persona.
La vera frontiera del futuro non è dunque stabilire se una donna possa occupare qualunque posizione professionale, sociale o istituzionale. Quella risposta la storia l’ha già data. La vera sfida consiste invece nel costruire un modello economico e culturale capace di riconoscere il valore della cura, dell’assistenza e delle relazioni come elementi produttivi della società e non come attività residuali affidate alla disponibilità silenziosa di qualcuno.
Perché il livello di civiltà di un Paese non si misura soltanto da quanto riesce a valorizzare una donna quando è forte, produttiva e capace di generare risultati, ma soprattutto da quanto riesce a sostenerla quando attraversa la fragilità, la malattia, la responsabilità della cura o le inevitabili complessità dell’esistenza. È in quei passaggi che si comprende se una comunità abbia davvero compreso il valore della persona oppure continui a ragionare secondo categorie economiche e utilitaristiche.
Forse è proprio questo il punto oltre la parità. Non la ricerca di un equilibrio aritmetico tra uomini e donne, ma la costruzione di una società capace di riconoscere il valore umano, economico e civile di ciò che per troppo tempo è stato dato per scontato. Una società che non aspetti una tragedia per accorgersi dell’importanza delle donne e che non abbia bisogno di celebrare continuamente diritti acquisiti perché li considera, finalmente, parte integrante della propria identità democratica.
Se oggi possiamo affrontare questa riflessione con maggiore libertà, senza dover rivendicare ogni volta principi che dovrebbero appartenere alla normalità dello Stato di diritto, è anche grazie a donne che hanno saputo spostare in avanti il confine dei diritti e della coscienza civile.
Per questo, senza retorica e senza monumenti, alla fine di queste righe viene naturale dire semplicemente grazie a Emma Bonino. Non per aver parlato alle donne, ma per aver insegnato all’intera società che la libertà non è una concessione, che i diritti non sono privilegi e che la dignità della persona rappresenta il fondamento più solido di ogni autentica democrazia. Un insegnamento che oggi appartiene a tutti, donne e uomini, e che proprio per questo merita di essere custodito, difeso e portato avanti.
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