Il Lavoro che non basta
Occupati ai massimi storici, disoccupazione ai minimi e meno giovani in fuga all’estero. Eppure cresce il numero di chi resta ai margini. Forse il problema non è trovare un impiego, ma credere che quell’impiego possa davvero migliorare la propria vita.
L’Italia continua a macinare record occupazionali. Gli occupati hanno superato quota 24 milioni, la disoccupazione si trova su livelli che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati irraggiungibili e il mercato del lavoro, almeno osservato attraverso gli indicatori tradizionali, appare più solido di quanto sia stato per gran parte degli ultimi vent’anni. Eppure, dietro questa fotografia apparentemente rassicurante, si nasconde un’anomalia che meriterebbe molta più attenzione delle celebrazioni statistiche: mentre aumentano gli occupati, continua a rimanere elevata la quota di persone che restano fuori dal mercato del lavoro e, in alcuni segmenti, cresce addirittura il numero degli inattivi. L’Italia continua inoltre a presentare un tasso di occupazione sensibilmente inferiore alla media dei Paesi OCSE, soprattutto tra giovani e donne.
La lettura più immediata attribuisce il fenomeno ai problemi storici del Paese: servizi insufficienti, formazione inadeguata, divari territoriali, scarsa mobilità geografica. Tutte spiegazioni fondate, ma forse non più sufficienti. C’è infatti una domanda più scomoda che il dibattito pubblico continua a evitare: e se il problema non fosse soltanto la scarsità di lavoro, ma la crescente difficoltà del lavoro a rappresentare una promessa credibile di miglioramento sociale?
Per decenni il lavoro ha avuto una funzione che andava oltre il reddito. Costituiva il principale meccanismo attraverso cui una generazione poteva aspirare a vivere meglio della precedente. Oggi quella convinzione appare molto meno solida. Un giovane che entra nel mercato del lavoro si trova spesso davanti a salari che crescono meno del costo della vita, a un mercato immobiliare che nelle aree economicamente più dinamiche assorbe una parte crescente del reddito disponibile e a percorsi professionali più frammentati rispetto al passato. In questo contesto, la domanda che molti si pongono non è più “troverò un lavoro?”, ma “quel lavoro cambierà davvero la mia condizione?”.
È una trasformazione culturale prima ancora che economica. La generazione che oggi entra nel mercato del lavoro è probabilmente la prima ad avere una percezione molto nitida della distanza tra impegno individuale e avanzamento materiale. Per anni economisti e imprese hanno parlato di mismatch tra domanda e offerta di competenze. Forse dovremmo iniziare a parlare anche di mismatch tra le aspettative delle persone e ciò che il lavoro effettivamente restituisce.
Esiste poi un elemento ancora meno discusso. Per decenni il confronto sociale era locale: il vicino di casa, il collega, il parente. Oggi è globale. Un laureato che vive a Bari o a Firenze confronta il proprio stipendio con quello di un coetaneo a Berlino, Amsterdam o Copenaghen. Le imprese italiane continuano a ragionare in un mercato nazionale, mentre lavoratori e candidati ragionano sempre più spesso in un mercato internazionale delle aspettative. Questo produce un fenomeno paradossale: opportunità che vent’anni fa sarebbero state considerate soddisfacenti oggi vengono percepite come insufficienti non perché le persone siano diventate meno disponibili al sacrificio, ma perché hanno un metro di paragone radicalmente diverso.
In questo quadro si inserisce un altro dato che, a prima vista, sembrerebbe smentire ogni preoccupazione. Nel 2025 gli espatri degli italiani sono diminuiti del 22,7% rispetto all’anno precedente, fermandosi a circa 109 mila persone. Oltre il 75% di chi parte continua comunque a scegliere l’Europa e circa 68 mila trasferimenti hanno come destinazione un Paese dell’Unione Europea. Al netto dei rimpatri, il saldo migratorio degli italiani verso l’Unione resta positivo per circa 37 mila unità. Il fenomeno quindi rallenta, ma non si interrompe.
La lettura politica è quasi inevitabile: meno persone lasciano il Paese perché il Paese offre maggiori opportunità. Ma è davvero così? Il costo della vita è aumentato in tutta Europa, gli affitti nelle grandi città sono diventati proibitivi, la concorrenza per le professioni qualificate si è fatta più intensa e lo stesso sogno dell’espatrio si è normalizzato. Una parte della diminuzione delle partenze potrebbe quindi raccontare non il successo del mercato del lavoro italiano, ma la crescente difficoltà di quello internazionale. Chi resta potrebbe non farlo perché convinto, ma perché partire è diventato più complicato, costoso e rischioso di quanto non fosse dieci anni fa.
Se questa interpretazione fosse corretta, il fenomeno assumerebbe contorni ancora più interessanti. Per anni il disagio di una parte delle nuove generazioni si è manifestato attraverso la fuga. Oggi potrebbe manifestarsi attraverso l’attesa. Meno partenze, ma non necessariamente più entusiasmo. Meno valigie, ma non più fiducia.
Anche il profilo della crescita occupazionale merita una riflessione. Una parte significativa dell’incremento degli occupati riguarda gli over 50 e il lavoro autonomo, mentre la partecipazione delle fasce più giovani continua a rappresentare uno dei principali punti deboli del sistema italiano. È come se il mercato stesse trovando energie soprattutto nelle generazioni che hanno già costruito una propria traiettoria professionale, mentre incontrasse maggiori difficoltà a convincere chi dovrebbe rappresentarne il ricambio naturale.
Per questo motivo forse stiamo osservando il passaggio da un problema di disoccupazione a un problema di desiderabilità del lavoro. La distinzione non è soltanto semantica. Un disoccupato cerca un’opportunità che non trova; un inattivo, spesso, ha smesso di credere che l’opportunità disponibile sia in grado di produrre un cambiamento significativo nella sua vita. Ed è una condizione molto più difficile da correggere con incentivi, riforme o politiche attive.
Probabilmente il vero dato da osservare nei prossimi anni non sarà il numero degli occupati, ma la capacità del lavoro di tornare a essere percepito come uno strumento di mobilità sociale. Perché un Paese può anche creare posti di lavoro. Ciò che non può permettersi è creare una generazione convinta che lavorare serva soltanto a sopravvivere. In fondo, il paradosso italiano potrebbe essere tutto qui: il lavoro c’è, ma sempre meno persone sono certe che basti.
Fonti: OCSE (2026) | ISTAT (occupazione, inattività e migrazioni 2025-2026) | OCSE (2026) Rapporti sul mercato del lavoro e trasformazione occupazionale legata all’IA.
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