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Dalla Old Economy alla Hold Economy

Dalla Old Economy alla Hold Economy

Una lettera in più, un’intera visione del mondo in meno.

Ci sono momenti nei quali i cambiamenti più profondi non arrivano sotto forma di rivoluzioni, ma si manifestano attraverso piccole variazioni di significato che inizialmente passano inosservate e che soltanto col tempo rivelano la loro portata. È il caso della distanza che separa la Old Economy dalla Hold Economy, due espressioni che differiscono per una sola lettera ma che descrivono due modi quasi opposti di interpretare il valore, il lavoro, le organizzazioni e persino il concetto stesso di crescita.

La Old Economy è stata il grande motore del secolo scorso. È il mondo della produzione, della pianificazione, della struttura, delle gerarchie, della prevedibilità. È l’economia nella quale il vantaggio competitivo nasceva dalla capacità di possedere qualcosa che gli altri non possedevano, che fosse una tecnologia, una rete distributiva, una fabbrica, un brevetto o semplicemente un’informazione. In quel contesto il controllo era una virtù, l’efficienza un obiettivo e la specializzazione una promessa di successo. Più si conosceva una materia, più si diventava preziosi. Più si consolidava una posizione, più si aumentava il proprio valore professionale.

Non c’è nulla di sbagliato in tutto questo. Anzi. Gran parte della prosperità che conosciamo è stata costruita esattamente su questi principi. Il problema nasce quando si continua a osservare il presente attraverso categorie che appartengono a un’altra stagione economica e culturale, perché il rischio non è quello di sbagliare analisi ma di non vedere affatto ciò che sta accadendo.

Oggi, infatti, accade qualcosa di estremamente curioso: quasi nessuno possiede realmente le informazioni e quasi tutti possono accedervi. Un manager degli anni Ottanta avrebbe accumulato potere grazie alla disponibilità esclusiva di dati e conoscenze. Un professionista contemporaneo scopre ogni giorno che quelle stesse informazioni sono accessibili a milioni di persone contemporaneamente. Il problema non è più raggiungerle. Il problema è comprenderle, interpretarle, collegarle e trasformarle in decisioni.

Ed è proprio in questo passaggio che compare quella “h” apparentemente insignificante.

Perché to hold non significa semplicemente possedere. Significa sostenere, contenere, mantenere insieme, creare coesione, evitare la dispersione. Significa dare forma a qualcosa che diversamente si frantumerebbe in mille frammenti scollegati.

La Hold Economy nasce esattamente da qui. Nasce dalla consapevolezza che il valore non deriva più soltanto da ciò che si possiede ma dalla capacità di tenere insieme elementi diversi. Persone diverse. Competenze diverse. Tecnologie diverse. Culture diverse. Informazioni diverse.

Per decenni le imprese hanno cercato di costruire strutture capaci di governare la complessità dall’alto; oggi le organizzazioni più avanzate cercano invece di creare connessioni che permettano alla complessità di generare opportunità. Non è una differenza terminologica. È una differenza filosofica, sociologica ed economica.

Osserviamo, per esempio, ciò che è accaduto nel mondo dei media. Fino a qualche decennio fa il potere apparteneva a chi possedeva una tipografia, una frequenza radiofonica o una rete televisiva. Oggi chiunque può pubblicare contenuti, costruire un canale, diffondere informazioni. Il valore, quindi, non sta più nella possibilità di emettere un messaggio ma nella capacità di costruire una relazione stabile attorno a quel messaggio, di mantenere l’attenzione, di generare fiducia, di creare una comunità. In altre parole, di hold, di tenere insieme.

Lo stesso fenomeno si osserva nelle imprese. Nella Old Economy il vantaggio derivava dalla capacità di organizzare processi sempre più efficienti; nella Hold Economy il vantaggio nasce dalla capacità di orchestrare ecosistemi. Le aziende non competono più soltanto attraverso ciò che producono ma attraverso la qualità delle connessioni che riescono a sviluppare con clienti, partner, fornitori, collaboratori e comunità di riferimento. Si passa dalla logica della filiera alla logica della rete, dalla catena di comando alla piattaforma di relazione.

Perfino il concetto di leadership sta cambiando sotto i nostri occhi. Per lungo tempo abbiamo identificato il leader con colui che possedeva più competenze, più risposte e più certezze degli altri. Oggi emergono figure che non necessariamente hanno tutte le risposte ma che riescono a creare contesti nei quali le risposte possono emergere. Il loro talento non consiste nel controllare ogni variabile ma nel tenere insieme molte variabili differenti senza che il sistema perda equilibrio. È una capacità meno appariscente e forse più difficile, perché richiede ascolto, interpretazione, fiducia e visione.

In questo scenario cambia inevitabilmente anche il significato del lavoro. Per anni abbiamo costruito carriere basate sull’accumulo. Accumulo di esperienza, accumulo di competenze, accumulo di titoli, accumulo di responsabilità. Era una logica coerente con un’economia nella quale il valore coincideva con ciò che si possedeva. Oggi comincia ad affermarsi un paradigma diverso, nel quale il valore deriva dalla capacità di connettere ciò che si sa con ciò che ancora non si sa, ciò che si è appreso con ciò che si dovrà imparare, ciò che appartiene al proprio settore con ciò che arriva da mondi apparentemente lontani.

Per questa ragione anche il curriculum vitae, ad esempio, simbolo quasi perfetto della Old Economy, mostra progressivamente i propri limiti. È un documento eccellente per raccontare il passato e molto meno efficace nel raccontare il potenziale. Elenca ruoli, mansioni, responsabilità e risultati, ma fatica a descrivere la capacità di apprendere, di adattarsi, di collegare discipline diverse e di reinventarsi all’interno di scenari che cambiano continuamente. In un’economia fondata sul possesso delle competenze era sufficiente. In un’economia fondata sulla connessione delle competenze non lo è più.

La verità è che la Hold Economy non sostituisce la Old Economy. La supera e la incorpora. Così come l’elettricità non ha cancellato l’ingegneria ma l’ha trasformata, così la capacità di creare connessioni non elimina il valore della competenza ma lo ridefinisce. Le competenze restano fondamentali. Ciò che cambia è il loro significato. Non bastano più da sole. Devono dialogare, contaminarsi, generare nuove possibilità.

Forse è proprio questo il cambiamento più importante che stiamo vivendo e che ancora fatichiamo a raccontare. Per oltre un secolo abbiamo costruito la nostra idea di successo attorno a ciò che eravamo capaci di accumulare. Oggi iniziamo a comprendere che il vero valore nasce sempre più spesso da ciò che siamo capaci di tenere insieme.

Ed è per questo che quella piccola “h” merita più attenzione di quanto sembri, perché non rappresenta soltanto una lettera aggiuntiva ma il passaggio da un’economia del possesso a un’economia della connessione, da una cultura del controllo a una cultura della coesione, da un mondo che premiava soprattutto chi sapeva conservare a un mondo che premierà sempre di più chi saprà collegare.

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