Ferrari, storia di un conflitto in retromarcia
Lo dico subito al lettore, senza costruire scorciatoie: parlare di Conflittualità, Storia e Lavoro insieme è un esercizio che non perdona, perché ti costringe a rivedere tutto, soprattutto te stesso; dopo venticinque anni passati dentro organizzazioni, riunioni, processi, errori e ripartenze ho imparato che il conflitto non è mai l’evento del momento, è sempre una lunga coda, il risultato di ciò che non è stato capito prima, non nasce da zero, non arriva mai davvero all’improvviso, si trascina e si trasforma, ma raramente si risolve fino in fondo.
Se guardo indietro non vedo episodi isolati ma sequenze, conflitti che tornano con altri nomi, in altre aziende, con altre persone, ma con la stessa struttura, cambiano i linguaggi, si aggiornano gli strumenti, si moltiplicano le competenze dichiarate, ma la base resta sorprendentemente stabile e questo accade perché il conflitto non è legato ai fatti, è legato alla lettura dei fatti, e quella lettura cambia molto più lentamente di quanto ci piaccia ammettere; è come se aggiornassimo continuamente il software lasciando invariato il sistema operativo.
In questi anni ho visto passare stagioni intere di formazione, nascere corsi, metodi, tecniche, ho ascoltato parole importanti e spesso corrette — ascolto attivo, intelligenza emotiva, negoziazione evoluta — ma sempre con una crepa di fondo, perché si lavora su come gestire il conflitto e non su come lo si interpreta, e quando l’interpretazione resta invariata il comportamento torna inevitabilmente quello di prima, anche se con una forma più elegante, più educata, più contemporanea, ma nella sostanza identica.
Il passato, dentro il lavoro, non è una memoria da conservare ma un codice che continua a girare sotto traccia, invisibile eppure determinante, perché ogni posizione presa, ogni rigidità, ogni bisogno di difendere uno spazio non nasce nella riunione di oggi ma in una catena di episodi che nel tempo si sono consolidati e che smettono di essere esperienza per diventare riflesso, e quando il riflesso prende il posto della lettura il conflitto smette di essere una situazione e diventa una condizione permanente.
Oggi questa dinamica è semplicemente più visibile, più rumorosa, più accelerata; basta osservare cosa succede fuori dal perimetro aziendale, nello spazio pubblico, dove la polemica feroce contro il lancio della Ferrari elettrica non è solo una discussione tecnica ma una reazione amplificata che ha poco a che fare con l’automobile e molto a che fare con ciò che quell’automobile rappresenta, perché è difficile sostenere che quella quantità di energia, spesso rabbiosa, sia tutta spiegabile con un motore elettrico al posto di uno termico.
La domanda interessante diventa allora inevitabile: chi parla, di cosa sta davvero parlando mentre critica o difende quella scelta? perché dentro quelle parole si riconosce qualcosa di più profondo, un’idea di identità costruita negli anni, un’immagine del mondo legata a un certo modo di intendere il lavoro, il successo, il progresso, e quando quell’immagine viene messa in discussione non reagiamo sul piano tecnico ma su quello simbolico, come se difendessimo una posizione conquistata nel tempo e ora percepita come fragile.
Gli odiatori seriali da tastiera, osservati senza superficialità, non sono semplicemente un eccesso di tono ma la forma più esposta di un meccanismo antico, la dimostrazione di quanto il passato, quando non viene riletto, diventi identità rigida, e quanto l’identità rigida, quando viene toccata, reagisca attraverso il conflitto; lì il dialogo si interrompe prima ancora di iniziare, perché non si discute un’idea ma si difende una posizione, e ogni posizione che non sa evolvere può solo irrigidirsi.
Questa stessa dinamica, semplicemente più raffinata, è quella che attraversa le organizzazioni da sempre, e su scala più ampia è la stessa che attraversa la geopolitica, dove uomini, sistemi, Stati interi ripropongono tensioni già viste, già raccontate, già archiviate, eppure mai trasformate davvero, e allora la Storia invece di diventare uno strumento di comprensione diventa un arsenale, una raccolta di argomentazioni utilizzate per legittimare il presente, delimitare confini, rafforzare appartenenze, alimentare contrapposizioni.
Si ripetono le stesse logiche, cambiano gli attori, cambiano i contesti, ma restano intatti i meccanismi di difesa, di riconoscimento, di affermazione, perché ciò che non è stato interpretato continua a operare, e così il conflitto, che potrebbe essere un passaggio evolutivo, diventa una struttura ricorrente, una modalità di relazione stabile, quasi inevitabile.
E allora succede una cosa paradossale: più si investe in modernità, più si insiste su innovazione, cambiamento, trasformazione, più riemergono dinamiche antiche, perché ciò che viene aggiornato è la superficie, mentre la lettura profonda resta invariata, e senza una nuova lettura il passato non si integra, resta lì, in attesa, pronto a riattivarsi.
Dopo venticinque anni, la cosa che colpisce non è la presenza del conflitto ma la sua ostinazione, la sua capacità di ripresentarsi sempre negli stessi punti, con le stesse modalità, nonostante gli strumenti siano cambiati, nonostante le competenze siano cresciute, nonostante le parole siano diventate più sofisticate, e allora la vera domanda smette di essere come gestire il conflitto e diventa un’altra, più semplice e più radicale: cosa stiamo continuando a non leggere della nostra storia, sia personale, sia organizzativa, sia collettiva?
Perché fino a quando quella lettura non cambia, il conflitto non potrà che ripetersi, nel lavoro, nelle relazioni, nei sistemi più complessi, assumendo forme sempre più veloci, più visibili, più amplificate, ma restando sostanzialmente lo stesso, una ripetizione continua di qualcosa che chiede di essere compreso e che, non trovando una lettura nuova, continua semplicemente a farsi sentire… magari cambiando faccia, passando da una riunione a una timeline, e finendo per trasformare una Ferrari elettrica in un campo di battaglia emotivo dove, più che di motori, si discute silenziosamente di storie personali che non hanno ancora trovato una nuova marcia.
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