I giovani hanno cinquant’anni
L’altro giorno mio figlio ha indicato un ragazzo di trent’anni e lo ha definito senza esitazione una persona “grande”. Non anziana, naturalmente, ma nemmeno giovane. Grande. In quella definizione pronunciata con la semplicità disarmante dei bambini c’è forse una delle chiavi più efficaci per comprendere il cambiamento antropologico che sta attraversando la nostra società, perché se per un bambino trent’anni rappresentano un’eternità, per molti adulti di oggi trent’anni coincidono ancora con l’età delle possibilità, delle scelte rimandate, delle carriere da costruire e delle identità da definire.
La domanda, allora, non è semplicemente chi siano i giovani. La domanda è molto più radicale: chi consideriamo giovani oggi?
Per gran parte del Novecento la risposta sarebbe stata semplice. La società era organizzata secondo tempi relativamente prevedibili: si studiava, si entrava nel mondo del lavoro, si costruiva una famiglia, si consolidava una posizione sociale e si procedeva verso la maturità. Le età non erano soltanto numeri anagrafici, ma vere e proprie categorie culturali, alle quali corrispondevano aspettative, ruoli e comportamenti ben definiti. Si era giovani, poi adulti, poi anziani. Esistevano poche sfumature e ancora meno zone grigie.
Oggi quei confini si sono dissolti.
Negli anni Sessanta un cinquantenne era spesso percepito come una persona che si avvicinava alla stagione dei nonni, con figli già grandi, un ruolo sociale consolidato e una traiettoria esistenziale largamente compiuta. Oggi, invece, a cinquant’anni ci si iscrive a un master, si cambia azienda, si avvia una startup, si affronta una riconversione professionale o si cresce ancora un figlio adolescente. Non è raro che nelle organizzazioni contemporanee il termine “giovane talento” venga attribuito a professionisti che hanno superato abbondantemente i quarant’anni e talvolta anche i cinquanta.
Può sembrare una semplice curiosità linguistica, ma in realtà racconta un cambiamento sociale profondo.
La rivoluzione più importante degli ultimi decenni non è stata soltanto digitale. È stata demografica. Viviamo più a lungo, restiamo attivi più a lungo e rinviamo molte delle tappe che un tempo segnavano l’ingresso nell’età adulta. L’effetto è che l’intero calendario della vita si è spostato in avanti e ciò che una volta era considerato maturo viene oggi percepito come ancora aperto, dinamico e in trasformazione.
Se il Novecento assomigliava a un romanzo con capitoli ben scanditi, il XXI secolo somiglia a una serie di Netflix che continua ad aggiungere nuove stagioni. Le carriere non sono più lineari, le relazioni si trasformano, le competenze diventano rapidamente obsolete e l’apprendimento accompagna ogni fase dell’esistenza. In una società che cambia continuamente, anche il concetto di arrivo perde significato e lascia spazio a una sensazione permanente di percorso aperto.
In questo scenario la giovinezza ha smesso di essere una condizione biologica ed è diventata una condizione culturale.
Oggi definiamo giovani persone che continuano ad apprendere, a cambiare, a rischiare e a progettare. Persone che mantengono una relazione attiva con il futuro. È una differenza sottile ma decisiva, perché mentre nel secolo scorso la giovinezza era associata soprattutto al tempo trascorso dalla nascita, oggi sembra sempre più associata al tempo che immaginiamo di avere ancora davanti.
A rendere il quadro ancora più interessante, e per certi versi più confuso, è arrivata negli ultimi vent’anni la proliferazione delle etichette generazionali. Baby Boomers, Generazione X, Millennials, Generazione Z, Generazione Alpha. Le utilizziamo continuamente nei media, nelle aziende, nelle università e persino nelle conversazioni quotidiane, come se una lettera dell’alfabeto fosse sufficiente per spiegare comportamenti, aspirazioni e visioni del mondo.
Se un ragazzo cambia frequentemente lavoro appartiene alla Generazione Z. Se cerca l’equilibrio tra vita privata e professionale è un Millennial. Se privilegia la stabilità è un appartenente alla Generazione X. Se fatica ad adattarsi alle trasformazioni digitali viene classificato come Baby Boomer.
Ma siamo davvero sicuri che queste categorie raccontino la realtà?
Un manager cinquantenne di Milano ha davvero più cose in comune con un suo coetaneo di San Francisco che con il figlio trentenne che vive nella stessa casa? Un giovane laureato che vive in una grande città condivide davvero gli stessi riferimenti culturali e le stesse opportunità di un suo coetaneo che vive in una piccola area interna del Paese soltanto perché appartengono alla stessa generazione?
Le etichette generazionali sono strumenti utili per orientarsi nella complessità, ma spesso rischiano di trasformarsi in scorciatoie narrative. Aiutano a costruire presentazioni efficaci e titoli accattivanti, ma raramente riescono a cogliere la profondità delle differenze sociali, economiche e culturali che attraversano una società.
Oggi contano almeno quanto l’età il territorio in cui si vive, il livello di istruzione, il reddito disponibile, il lavoro svolto, la composizione della famiglia e l’accesso alla tecnologia. Talvolta queste variabili spiegano molto più dell’anno di nascita.
È curioso osservare come, mentre il dibattito pubblico continui a separare le persone in blocchi generazionali, la vita reale sembri procedere nella direzione opposta. Mai come oggi quattro generazioni convivono negli stessi contesti lavorativi, negli stessi spazi domestici e nelle stesse reti relazionali. Nelle aziende collaborano venticinquenni e sessantenni, nelle famiglie convivono nonni digitalizzati, genitori in trasformazione e figli nativi tecnologici, mentre nei gruppi WhatsApp si intrecciano linguaggi, sensibilità e abitudini che appartengono a epoche diverse.
Forse il vero tratto distintivo della contemporaneità non è appartenere a una generazione, ma vivere in una condizione permanente di adattamento. Tutti, indipendentemente dall’età, siamo chiamati ad apprendere continuamente. Il venticinquenne che cerca di orientarsi nel mercato del lavoro e il cinquantenne che studia l’intelligenza artificiale condividono, in fondo, la stessa esperienza: quella di chi deve continuamente ridefinire il proprio posto nel mondo.
È per questo che lo sguardo di mio figlio continua a sembrarmi così prezioso. Lui non conosce Millennials, Boomers o Generazione Z. Non utilizza categorie sociologiche e non ragiona attraverso segmentazioni statistiche. Osserva semplicemente il tempo. E quel trentenne, ai suoi occhi, appartiene già al mondo dei grandi.
Noi, invece, osserviamo la stessa persona e vediamo ancora possibilità, tentativi, percorsi aperti e futuri da costruire. In altre parole, vediamo ancora una persona giovane.
Forse è proprio qui che nasce il grande equivoco contemporaneo. I bambini misurano il tempo trascorso, mentre gli adulti misurano il tempo che resta. I primi guardano la vita dall’inizio, i secondi dall’orizzonte.
E così accade qualcosa che sarebbe apparso impensabile alle generazioni precedenti: viviamo in una società nella quale i cinquantenni si sentono giovani, i trentenni temono di essere in ritardo e i ventenni avvertono una pressione che un tempo apparteneva all’età adulta.
Abbiamo allungato la vita, ma non abbiamo ancora aggiornato il vocabolario con cui la raccontiamo.
Alla fine, forse, i giovani non sono più coloro che hanno pochi anni alle spalle, ma coloro che hanno ancora un orizzonte davanti, che continuano a immaginare una versione futura di sé stessi e che non considerano conclusa la propria storia.
E se è davvero così, allora la domanda “chi sono i giovani?” non trova risposta in una data di nascita, in una lettera dell’alfabeto o in una classificazione statistica. Trova risposta nella relazione che ciascuno mantiene con il proprio futuro.
Perché oggi la giovinezza non è un’età anagrafica. È una forma di possibilità. Ed è forse per questo che, nella società contemporanea, i giovani possono avere tranquillamente cinquant’anni. E, paradossalmente, sono proprio loro a ricordarci che il futuro non è una questione di età, ma di prospettiva.
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