Il Paese che non vediamo
Dall’immigrato al meridionale, passando per i social: anatomia della paura nell’Italia contemporanea.
Sono tornato per qualche giorno nella mia terra d’origine in Puglia e, come spesso accade durante le vacanze, mi sono ritrovato a parlare con persone che non vedevo da tempo. Da qualche anno, però, noto una curiosa convergenza nelle domande che mi vengono rivolte. Non sono soltanto i parenti o gli amici a interrogarmi su ciò che accade nel Nord Italia; sono soprattutto colleghi, professionisti e conoscenti incontrati nel corso dell’anno, molti dei quali vivono nelle regioni più industrializzate del Paese e, talvolta, perfino persone di origine straniera perfettamente integrate nel tessuto economico italiano. La domanda cambia forma, ma il significato resta sorprendentemente simile: “Come fate a vivere al Sud con tutta quella delinquenza?” oppure “Come fate a vivere con tutti quegli immigrati al Nord?”
Ogni volta rimango colpito da un dettaglio. Chi pone la domanda raramente racconta un’esperienza diretta. Più spesso descrive una percezione, una sensazione, un’immagine costruita attraverso racconti, titoli, video, commenti e discussioni social. E allora mi accorgo che il vero tema non è l’immigrazione, non è la criminalità e non è nemmeno il Sud. Il vero tema è la paura. O, più precisamente, quella che molti sociologi definiscono cultura della paura: la tendenza delle società contemporanee a costruire la percezione del rischio più attraverso narrazioni collettive che attraverso l’esperienza concreta.
Da un punto di vista antropologico il fenomeno è ancora più interessante. Ogni comunità, per definire sé stessa, tende a individuare un “altro” sul quale proiettare inquietudini, timori e fragilità. Per molti anni il Sud è stato raccontato da una parte del Paese come il luogo simbolico dell’illegalità, dell’inefficienza e dell’arretratezza. Oggi, in molti contesti, la stessa funzione simbolica è attribuita all’immigrato. Non cambia il meccanismo culturale; cambia soltanto il soggetto sul quale vengono trasferite le paure collettive. È una dinamica antica quanto l’uomo: una paura con un volto è più semplice da raccontare, condividere e alimentare di una paura senza nome.
Il risultato è paradossale. In un’epoca nella quale disponiamo della maggiore quantità di informazioni della storia, molte delle nostre opinioni continuano a formarsi sulla base di evidenze sempre più deboli e percezioni sempre più forti. Le persone finiscono così per conoscere il racconto di un luogo meglio del luogo stesso, l’immagine di un fenomeno meglio del fenomeno reale. Una notizia diventa una categoria, un episodio si trasforma nell’identità di un’intera comunità e una sequenza di contenuti consumati online assume il valore di una prova.
Confesso che, dopo quasi quarantotto anni di vita e oltre venticinque anni trascorsi professionalmente tra aziende, centri logistici, stabilimenti e organizzazioni del Nord Italia, la distanza tra questa rappresentazione e la realtà che incontro quotidianamente continua a sorprendermi. Non perché l’immigrazione sia un fenomeno semplice, né perché non esistano problemi di integrazione, marginalità o sicurezza. Sarebbe ingenuo sostenerlo. Mi colpisce invece quanto il dibattito pubblico sembri spesso ignorare ciò che sta accadendo realmente dentro le imprese e i luoghi di lavoro.
Secondo il più recente Rapporto del Ministero del Lavoro, al 1° gennaio 2026 gli stranieri residenti in Italia sono circa 5,6 milioni, pari al 9,4% della popolazione complessiva. Nello stesso periodo la popolazione italiana continua a diminuire, evidenziando una dinamica demografica che da tempo caratterizza il nostro Paese. Nel 2025 gli occupati stranieri hanno superato i 2,6 milioni, rappresentando il 10,7% di tutti gli occupati italiani. Ancora più significativo è il fatto che la crescita occupazionale sia stata trainata proprio dalla componente immigrata e che le imprese abbiano programmato oltre 1,35 milioni di assunzioni rivolte a lavoratori stranieri, il valore più elevato registrato finora.
Questi numeri raccontano una storia molto diversa da quella che spesso domina il dibattito pubblico. Raccontano di una componente della popolazione che non vive ai margini del sistema economico, ma che ne costituisce una parte strutturale. Raccontano di imprese che non cercano lavoratori stranieri per ragioni ideologiche, ma perché non riescono a soddisfare i propri fabbisogni produttivi senza il loro contributo. Raccontano, soprattutto, di un Paese che continua a invecchiare e che avrà sempre più bisogno di competenze, energie e capitale umano.
Dal mio osservatorio professionale, quello della logistica e delle operations, la questione appare perfino più evidente. Se togliessimo improvvisamente il contributo dei lavoratori stranieri da molti magazzini, piattaforme distributive, centri di smistamento e stabilimenti produttivi, una parte significativa delle filiere rallenterebbe o si fermerebbe. Ma il punto più interessante non è nemmeno questo. La fotografia raccontata da una certa narrativa pubblica è spesso quella di una forza lavoro poco qualificata e ai margini del sistema. La realtà è molto diversa. Sempre più spesso incontriamo tecnici specializzati, manutentori, responsabili di processo, esperti di automazione, professionisti dell’ICT, project manager e figure manageriali che contribuiscono a generare innovazione e competitività. Non stiamo osservando soltanto integrazione economica; stiamo assistendo alla nascita di nuove professionalità e di nuove managerialità.
Forse la vera deformazione consiste nel fatto che continuiamo a leggere un fenomeno del 2026 con categorie mentali del secolo scorso. Nel dibattito pubblico l’immigrato viene ancora frequentemente rappresentato come soggetto esterno al sistema produttivo, mentre nell’economia reale è già una componente interna, strutturale e spesso indispensabile dello stesso sistema. È una differenza enorme. Una differenza che modifica completamente il modo di interpretare il fenomeno.
I numeri, del resto, raccontano una storia molto più articolata di quella che emerge dagli slogan. I lavoratori immigrati generano circa il 9% del PIL italiano e contribuiscono in modo determinante a settori chiave come agricoltura, edilizia, servizi e logistica. Inoltre, secondo le stime sul fabbisogno occupazionale dei prossimi anni, una quota rilevante delle nuove esigenze delle imprese non potrà essere soddisfatta senza il contributo della forza lavoro immigrata.
Vi è poi un dato che colpisce più di altri: nei servizi collettivi e alla persona i lavoratori stranieri rappresentano quasi il 30% degli occupati, in agricoltura oltre il 21%, nella ristorazione e nel turismo oltre il 19% e nelle costruzioni quasi il 18%. Stiamo parlando di attività che sostengono quotidianamente la vita economica e sociale del Paese. Quando discutiamo di immigrazione raramente pensiamo agli ospedali, alle case di riposo, alle aziende agricole, ai cantieri, ai magazzini o agli alberghi. Eppure è lì che si misura la distanza tra il racconto e la realtà.
In questo contesto assume un significato particolare uno studio promosso dal Ministero dell’Interno e dall’Eurispes dal titolo eloquente: “La criminalità tra realtà e percezione”. Lo studio richiama la necessità di distinguere tra rischio reale e rischio percepito, due dimensioni che molto spesso non coincidono. È una riflessione che va oltre la sola immigrazione. Riguarda il modo in cui costruiamo la nostra idea del mondo. Riguarda il modo in cui una notizia può diventare una categoria mentale, un episodio può trasformarsi in una convinzione permanente e una percezione può assumere più forza dei dati che la smentiscono.
Perché il Paese che vedo ogni giorno nelle aziende è molto diverso da quello raccontato in tante discussioni pubbliche. Vedo persone che lavorano, imparano, si formano, si integrano, guidano team, assumono responsabilità e generano valore. Vedo organizzazioni che senza quel contributo sarebbero più fragili e meno competitive. Vedo nuove competenze che entrano nelle filiere produttive e nuove capacità manageriali che emergono da percorsi di integrazione riusciti. E soprattutto vedo un’Italia che, nel concreto della sua economia, ha già superato gran parte delle semplificazioni che continuano a dominare il dibattito pubblico.
Forse, allora, la domanda corretta non è se riusciremo a convivere con l’immigrazione. Forse dovremmo chiederci se saremo capaci di riconoscere il Paese che l’Italia è già diventata. Perché a volte la distanza più grande non è quella che separa due culture, due regioni o due continenti. È quella che separa la realtà dalla rappresentazione che ne facciamo. E spesso è proprio dentro quella distanza che nasce la paura.
Fonti: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (Rapporti annuali “Gli Stranieri nel Mercato del Lavoro in Italia” 2025 e 2026), Fondazione Leone Moressa (Rapporti sull’Economia dell’Immigrazione 2023 e 2024) e dello studio “La criminalità tra realtà e percezione” realizzato da Ministero dell’Interno ed Eurispes.
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