Io che non vivo più di un’ora senza te
Appunti da una spiaggia qualsiasi dove tutti sono collegati a qualcosa, quasi nessuno a sé stesso.
Le ferie hanno un pregio straordinario: permettono di scoprire patologie sociali che durante l’anno restano coperte dai sintomi del lavoro. Basta sedersi qualche giorno davanti al mare per accorgersi che l’umanità non sembra più una comunità di persone in vacanza, ma un enorme sistema nervoso collegato a una presa elettrica, dove milioni di individui trascorrono la giornata controllando notifiche, fotografando tramonti che non guardano, consultando algoritmi per decidere se mettere la protezione 30 o la 50 e aspettando con ansia un segnale proveniente da qualcuno che, nella maggior parte dei casi, non saprebbero riconoscere nemmeno se fosse sdraiato sull’ombrellone accanto.
La spiaggia, da questo punto di vista, rappresenta un osservatorio privilegiato. Davanti c’è il mare, uno spettacolo che da milioni di anni si presenta puntualmente senza bisogno di effetti speciali; dall’altra parte ci siamo noi, che invece sembriamo incapaci di assistere a qualunque fenomeno naturale senza documentarlo immediatamente. Nessuno guarda il tramonto. Lo certifica. Nessuno assaggia un piatto. Lo protocolla. Nessuno passeggia. Produce materiale audiovisivo della passeggiata. Ho visto dedicare più attenzione a una fotografia di una focaccia che alla lettura della Costituzione italiana e, considerando il numero di persone coinvolte, temo che il dato abbia ormai una rilevanza statistica.
Il punto interessante è che tutto questo assomiglia terribilmente al Lavoro. Ci avevano promesso la liberazione tecnologica e ci ritroviamo invece a fare i turni anche in ferie. Controlliamo. Aggiorniamo. Verifichiamo. Misuriamo. Monitoriamo. Esattamente come in ufficio. Solo che invece di inseguire fatturati inseguiamo visualizzazioni e invece di preparare report prepariamo stories. È come se un’intera generazione avesse deciso di aprire una piccola agenzia pubblicitaria dedicata a sé stessa e da quel momento non fosse più riuscita a chiuderla.
La prova definitiva arriva osservando le facce delle persone quando il telefono vibra. Non importa dove siano. In spiaggia. Al ristorante. Durante un aperitivo. Perfino davanti a un mare spettacolare. Lo sguardo cambia immediatamente. Potrebbe essere arrivata una comunicazione strategica, una notizia destinata a modificare gli equilibri geopolitici mondiali oppure il terzo cuore lasciato da uno sconosciuto alla fotografia di un mojito. Nove volte su dieci è il mojito.
Sul podio delle ossessioni contemporanee merita una menzione speciale il Meteo. Ho visto individui seduti sotto un sole capace di fondere un lampione consultare quattro applicazioni differenti per capire se facesse caldo. È come acquistare un microscopio elettronico per verificare l’esistenza del proprio naso. Nel frattempo il vecchio bagnino osserva l’orizzonte, si asciuga la fronte e commenta semplicemente: “Oggi si schiatta”. Sintesi perfetta. Analisi impeccabile. Nessun bisogno di satelliti.
Poi è arrivata perfino l’eclissi. Un fenomeno che per secoli avrebbe fermato villaggi, navigatori, filosofi e astronomi con il naso all’insù. Un evento raro, spettacolare, quasi solenne. Eppure la sensazione è stata quella di assistere a una gigantesca esercitazione fotografica internazionale. L’eclissi è comparsa nei telefoni prima ancora che negli occhi. Fotografata dalla spiaggia, dal balcone, dalla barca, dal lungomare, dal parcheggio del supermercato, dalla rotatoria, dalla panchina, dalla fila al casello. Migliaia di persone con il braccio teso verso il cielo per immortalare un fenomeno cosmico e pochissime che sembrassero interessate semplicemente a guardarlo. A un osservatore distratto sarebbe potuto sembrare che il vero evento astronomico non fosse l’eclissi ma la fotografia dell’eclissi.
Ma niente racconta meglio il nostro tempo delle conversazioni. Una volta si parlava per confrontare idee. Oggi si parla (poco) per verificare chi sia stato approvato dall’autorità competente, che non è più il professore, il libro, l’esperto o l’esperienza diretta. È l’algoritmo. Ti capita di esprimere un’osservazione qualsiasi, magari storica, tecnica o perfino banale, e l’altro ti risponde soddisfatto: “Hai ragione. L’ho chiesto anche a ChatGPT e dice la stessa cosa”. E in quel momento senti distintamente il rumore di Galileo che si rigira nella tomba. Non bastò osservare il cielo, sviluppare un metodo scientifico rivoluzionario e pagare personalmente il prezzo delle proprie intuizioni; oggi, per essere credibile, probabilmente avrebbe dovuto attendere una conferma automatica. “Eppur si muove”, certo. Però prima aggiorna la chat.
La parte più divertente è che questo meccanismo coinvolge persone di altissimo livello professionale. Manager, imprenditori, dirigenti, professionisti che prendono decisioni da milioni di euro e poi, arrivati in spiaggia, fotografano il proprio avambraccio per chiedere a un’intelligenza artificiale se sia opportuno applicare una protezione solare 30, 50 o una via di mezzo elaborata con modelli matematici degni della NASA. L’umanità che ha costruito ponti, centrali elettriche e reti satellitari ormai interroga uno smartphone per stabilire se il proprio gomito possa essere esposto alla luce per altri sette minuti. Guccini aveva probabilmente ragione: Dio è morto. E se non è morto, sta evitando di rispondere perché anche lui si è stancato di guardare fotografie di epidermidi.
Poi arriva lo Scroll. L’attività dominante della civiltà contemporanea. Una specie di tapis roulant mentale sul quale milioni di persone corrono senza avanzare di un centimetro. In meno di un minuto si passa da una guerra a una carbonara, da una tragedia internazionale a un bassotto che balla, da una lezione di filosofia a un tutorial su come piegare gli asciugamani. Tutto ha la stessa importanza, quindi nulla ne ha davvero. È il trionfo dell’equivalenza universale, il supermercato dell’attenzione dove Socrate divide lo scaffale con un gatto obeso e perdono entrambi.
La scena che più mi ha colpito, però, non riguarda gli adulti. Riguarda i bambini. Perché gli adulti, dopotutto, sono una causa persa da tempo. Hanno conosciuto un altro mondo e hanno scelto questo. I bambini no. Ho visto lettini affacciati sul mare, sabbia perfetta, sole, onde, secchielli, acqua, gabbiani, granchi e tutto ciò che per generazioni è stato il paradiso estivo dell’infanzia. Eppure sopra quei lettini c’erano bambini immobili, ipnotizzati davanti a uno schermo, con la stessa espressione assorta che una volta si riservava ai fuochi d’artificio. Una scena che non appartiene al Nord o al Sud, alle grandi città o ai piccoli paesi, all’Italia o all’estero. È una fotografia senza latitudine. Potresti trovarla sul Tirreno, sull’Adriatico, in America o in Asia. Cambierebbe il mare. Non cambierebbe la postura.
Alla fine viene il sospetto che la metafora più corretta della nostra epoca non sia il social network ma un enorme compattatore di rifiuti cerebrali, alimentato giorno e notte da anni di televisione (e non solo) che hanno trasformato la banalità in spettacolo e consacrato il nulla a contenuto premium. Una specie di Temptation Island permanente, non il programma in sé ma il principio industriale che lo sostiene: prendere il vuoto, gonfiarlo, illuminarlo e convincere milioni di persone che valga la pena inseguirlo.
E allora forse la questione non è tecnologica. È sociologica. Riguarda il nostro rapporto con l’attenzione, con il silenzio, con l’attesa, con quella fastidiosa necessità di riempire ogni secondo della giornata per non restare soli con noi stessi. Riguarda il bisogno quasi patologico di essere collegati a qualcuno, a qualcosa o semplicemente a qualunque cosa.
Così ci ritroviamo seduti davanti al mare, una delle poche cose autentiche rimaste, a guardare schermi che mostrano altre persone sedute davanti ad altri mari. E mentre tutti producono contenuti su tutto, fotografano qualsiasi cosa e attendono notifiche da qualcuno che spesso non conoscono nemmeno, il titolo di quella vecchia canzone smette improvvisamente di parlare d’amore e diventa la più accurata descrizione dell’uomo contemporaneo: non io che non vivo più un’ora senza te, perché un’ora sarebbe già un esercizio di eroica indipendenza, ma io che non vivo più tre minuti senza controllare se per caso nel frattempo qualcuno abbia fotografato un cespuglio.
Quanto a me, torno al mio vecchio cruciverba. Lo apro lentamente, sporca un po’ le dita, non vibra, non chiede aggiornamenti, non misura il mio coinvolgimento e non pretende che io reagisca con una faccina. E la cosa straordinaria è che, qui, in questo angolo d’Italia, esiste ancora. Forse non sarà il futuro. Ma ogni tanto assomiglia terribilmente a una forma di libertà.
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