La diga immobile
La tensione sociale non nasce nelle piazze. Nasce molto prima, quando il lavoro smette di essere una promessa e diventa soltanto una sopravvivenza.
Esiste un errore che gli osservatori commettono spesso quando cercano di comprendere una società: guardano l’acqua che trabocca senza chiedersi da quanto tempo stia aumentando la pressione dietro la diga. È un errore comprensibile, perché l’occhio umano è attratto dal movimento, dal rumore, dall’evento che irrompe improvvisamente nella normalità, mentre la pressione, per sua natura, è silenziosa. Nessuno fotografa una diga che resiste. Si fotografano le crepe quando diventano visibili, l’acqua quando esce, i detriti quando vengono trascinati via. Eppure tutto ciò che avviene dopo era già presente molto prima.
Osservando le cronache di queste ore, dalle violenze urbane ai saccheggi, dalle manifestazioni alle proteste che attraversano settori diversi della società, la tentazione è quella di ricondurre ogni fenomeno a un’unica causa, come se esistesse una sola grande rabbia collettiva pronta a riversarsi nelle strade. È una lettura rassicurante perché semplice, ma proprio per questo rischia di essere sbagliata.
L’autista che manifesta nel Sud Italia perché vede aumentare le responsabilità e diminuire la sostenibilità economica del proprio lavoro non racconta necessariamente la stessa storia del giovanissimo che “sfoga” la propria insofferenza nelle periferie metropolitane. Il lavoratore povero non coincide con il militante politico. Il padre di famiglia che rinuncia a una spesa necessaria non coincide con chi trasforma la protesta in scontro. Le immagini possono sovrapporsi, ma le motivazioni restano profondamente diverse. Il problema è che quando la diga è sotto pressione nessuno distingue più le gocce e tutto sembra provenire dalla stessa massa d’acqua.
Eppure la sociologia dovrebbe essere l’arte di distinguere le correnti quando tutti vedono soltanto il fiume.
I numeri diffusi dall’ISTAT nei giorni scorsi aiutano a comprendere quanto quella pressione sia reale e non semplicemente percepita. Oltre 5,4 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta, più di un milione e centomila minori crescono in famiglie che non dispongono delle risorse necessarie per una vita dignitosa, quasi una famiglia su cinque tra quelle con cinque componenti o più si trova in una condizione di vulnerabilità estrema e chi vive in affitto affronta un rischio di povertà che supera il 20%, un valore quasi cinque volte superiore rispetto a chi abita in una casa di proprietà. Ma il dato che dovrebbe interrogare maggiormente il mondo del lavoro riguarda gli operai: il 14,3% risulta in povertà assoluta pur avendo un’occupazione. In altre parole, non stiamo osservando soltanto il problema di chi un lavoro non riesce a trovarlo, ma anche quello, forse ancora più destabilizzante, di chi lavora e non riesce comunque a garantirsi una condizione di sicurezza economica.
È in questo spazio che nasce la tensione sociale contemporanea, una tensione molto diversa da quella raccontata dalle immagini televisive, perché raramente si manifesta attraverso uno scontro improvviso e molto più spesso prende forma come una distanza crescente tra l’impegno richiesto alle persone e i risultati che esse riescono a ottenere. Per decenni il lavoro ha rappresentato un ascensore sociale che consentiva almeno di immaginare un piano superiore; oggi molti hanno la sensazione di essere ancora dentro quell’ascensore, ma di vedere le porte aprirsi continuamente sullo stesso piano, mentre il costo della vita sale più velocemente delle opportunità e la fatica quotidiana produce rendimenti emotivi ed economici sempre più modesti.
Per questa ragione risulta fuorviante osservare gli eventi delle ultime settimane come se fossero l’espressione di un’unica protesta collettiva. Gli autisti che manifestano nel Mezzogiorno per denunciare condizioni operative sempre più difficili, la carenza di ricambio generazionale e margini economici sempre più ridotti non stanno necessariamente raccontando la stessa storia dei gruppi organizzati che animano alcune piazze urbane, così come i giovani coinvolti negli episodi di violenza metropolitana non rappresentano automaticamente le stesse domande sociali delle famiglie che ogni mese devono scegliere quali spese rinviare. Le immagini possono assomigliarsi, ma la sociologia dovrebbe servire esattamente a distinguere le radici quando tutti osservano soltanto i rami.
Forse l’errore più grande che stiamo commettendo è quello di utilizzare la stessa parola, disagio, per descrivere fenomeni che hanno origini diverse. È come se un medico osservasse una sala d’attesa piena di pazienti e, trovando in tutti il sintomo della febbre, decidesse che soffrono della stessa malattia. In realtà dietro la temperatura elevata possono nascondersi patologie molto differenti. Allo stesso modo, dietro la protesta degli autisti, il malessere di alcune periferie, la fragilità delle famiglie numerose, la povertà dei lavoratori e il disagio giovanile si nascondono storie, cause e percorsi differenti che finiscono però per alimentare una medesima percezione collettiva di vulnerabilità.
Guardando oltreconfine, la Francia viene spesso citata come termine di paragone perché le immagini che arrivano dalle cronache restituiscono scenari apparentemente simili ai nostri. Ma le analogie finiscono spesso sulla superficie. Le tensioni francesi affondano le loro radici in questioni identitarie, nelle periferie urbane, nei processi di integrazione e in uno specifico rapporto tra Stato e cittadino costruito nel corso di decenni. In Italia, invece, la crepa sembra attraversare soprattutto il rapporto tra lavoro, reddito e aspettative. Confondere le conseguenze con le cause equivale a osservare due incendi e credere che siano stati accesi dalla stessa scintilla.
L’Italia assomiglia piuttosto a un organismo che continua a camminare con apparente regolarità mentre alcuni parametri vitali stanno lentamente cambiando. Le imprese continuano a produrre, i negozi continuano ad aprire ogni mattina, i camion continuano a percorrere migliaia di chilometri, i consumatori continuano a comprare, ma sotto questa apparente normalità si accumulano segnali spesso invisibili a chi osserva soltanto le statistiche aggregate: la crescita delle rinunce, la riduzione dei consumi discrezionali, la fragilità crescente delle famiglie numerose, l’aumento delle difficoltà abitative e quella sensazione sempre più diffusa che il futuro richieda uno sforzo maggiore per ottenere risultati inferiori.
Chi lavora nella distribuzione, nella logistica, nell’industria o nei servizi dovrebbe osservare questi segnali con particolare attenzione, perché spesso un supermercato comprende lo stato emotivo di un territorio prima di un sondaggio, un autista comprende la salute dell’economia prima di un indicatore statistico e un magazzino intercetta i cambiamenti profondi di una collettività prima che questi arrivino nei dibattiti televisivi. La tensione sociale non coincide infatti con il rumore che ascoltiamo nei titoli dei giornali; somiglia molto di più a una pressione sotterranea che attraversa il lavoro, i consumi, le aspettative e perfino il linguaggio delle persone.
Per questo la vera domanda non è se esista una tensione sociale, ma se siamo ancora capaci di riconoscerla quando si presenta con volti differenti e quando la tentazione di accomunare fenomeni eterogenei in un’unica narrazione diventa più forte della volontà di comprenderli. Perché la pressione che rompe una diga non nasce il giorno del crollo. Nasce molto prima, quando tutto sembra stabile, quando l’acqua appare immobile e quando le crepe sono ancora troppo piccole per attirare l’attenzione. E forse il segnale più preoccupante non è il fragore che oggi occupa le cronache, ma il lungo silenzio con cui per anni abbiamo imparato a considerare normali fenomeni che normali non dovrebbero essere mai.
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