Caricamento in corso

L’era della reversibilità

L’era della reversibilità

Quando il mercato del lavoro ha sostituito l’appartenenza con l’opzione di recesso permanente.

La più grande trasformazione del lavoro contemporaneo non riguarda l’intelligenza artificiale, lo smart working, la digitalizzazione dei processi o le professioni che nasceranno nei prossimi anni, ma qualcosa di molto più profondo, meno visibile e probabilmente più dirompente: la progressiva scomparsa dell’idea stessa di permanenza.

Per comprendere ciò che sta accadendo nel mercato del lavoro bisogna smettere di osservare soltanto i numeri, le dimissioni, il turnover e le difficoltà di reperimento del personale, perché tutti questi fenomeni rappresentano semplicemente la schiuma sulla superficie dell’acqua, mentre la corrente che sta modificando realmente il paesaggio scorre molto più in profondità e riguarda il rapporto che persone e organizzazioni hanno instaurato con il tempo. Per decenni il lavoro è stato uno dei pochi luoghi della vita costruiti attorno a un’idea di continuità, all’interno della quale l’impresa investiva risorse immaginando una collaborazione destinata a crescere e consolidarsi nel tempo e il lavoratore accettava sacrifici, percorsi di apprendimento e responsabilità crescenti perché intravedeva un orizzonte sufficientemente lungo da dare senso agli sforzi del presente.

Oggi quello scenario sembra essersi gradualmente dissolto e al suo posto si è affermata una cultura della reversibilità che attraversa ogni ambito dell’esistenza, dai consumi alle relazioni sociali, dalle piattaforme digitali alle scelte professionali, generando una condizione nella quale quasi nulla viene percepito come definitivo e quasi tutto appare modificabile, sostituibile, rinegoziabile o abbandonabile senza particolari conseguenze. In una società abituata ad aggiornare applicazioni, cambiare abbonamenti, sostituire dispositivi e ricercare costantemente l’opzione successiva, il lavoro non poteva rimanere immune da questa trasformazione culturale ed ha finito inevitabilmente per assorbirne la logica.

L’errore che spesso si commette consiste nell’attribuire questa dinamica esclusivamente alle nuove generazioni, come se il fenomeno fosse riconducibile alla minore disponibilità dei giovani ad accettare sacrifici o a costruire percorsi professionali duraturi, mentre la realtà appare molto più articolata e coinvolge allo stesso modo anche le organizzazioni. Le imprese lamentano una crescente difficoltà nel trattenere talenti e competenze, ma allo stesso tempo faticano sempre più frequentemente a formulare una promessa di lungo periodo capace di generare appartenenza, poiché anch’esse sono diventate prigioniere di contesti economici nei quali prevalgono gli obiettivi immediati, la ricerca di risultati rapidi e la necessità di adattarsi continuamente a mercati instabili e imprevedibili.

Si è così creata una condizione paradossale nella quale lavoratori e aziende sembrano osservare la medesima fragilità riflessa nello specchio senza riconoscere che appartiene anche a sé stessi. I primi cercano crescita, valorizzazione e prospettive credibili mantenendo tuttavia sempre aperta la possibilità di guardarsi intorno; le seconde chiedono coinvolgimento, responsabilità e fedeltà professionale continuando però a riservarsi una flessibilità organizzativa che rende più difficile costruire relazioni profonde e durature. Nessuna delle due parti appare realmente disposta a rinunciare alla propria uscita di emergenza e, proprio per questa ragione, entrambe finiscono per vivere dentro una prudenza permanente che logora lentamente il bene più prezioso di ogni organizzazione: la fiducia.

Forse il cambiamento più radicale consiste proprio in questo. Il periodo di prova non è più una fase iniziale del rapporto di lavoro ma si è trasformato nel rapporto di lavoro stesso. Ogni giorno il lavoratore valuta se restare e ogni giorno l’azienda valuta quanto investire, alimentando una reciproca cautela che riduce progressivamente la disponibilità a costruire percorsi di lungo respiro e favorisce una cultura dell’immediato nella quale la convenienza tende a prevalere sulla prospettiva.

Non è un caso che, mentre il livello occupazionale italiano abbia raggiunto risultati importanti e le imprese continuino a ricercare personale, quasi una figura professionale su due risulti di difficile reperimento secondo le rilevazioni del sistema Excelsior. Non mancano soltanto competenze tecniche o candidati adeguati; manca sempre più frequentemente la disponibilità reciproca a investire il tempo necessario per trasformare una collaborazione in una storia professionale significativa. Allo stesso tempo la disoccupazione giovanile continua a rappresentare un tema aperto, evidenziando una distanza che non sembra essere soltanto quantitativa ma soprattutto qualitativa, come se domanda e offerta di lavoro abitassero lo stesso spazio senza riuscire davvero a incontrarsi.

La conseguenza più insidiosa di questa trasformazione non riguarda esclusivamente il turnover o la difficoltà di coprire determinate posizioni, ma la progressiva erosione della memoria professionale che ogni organizzazione accumula attraverso le persone che vi restano abbastanza a lungo da conoscere problemi, processi, relazioni, errori e soluzioni. Esistono infatti competenze che non si apprendono nei manuali, non si trasferiscono in una piattaforma digitale e non possono essere accelerate da alcun algoritmo, perché nascono dalla sedimentazione dell’esperienza, dall’osservazione quotidiana e dalla permanenza. Ogni volta che un’organizzazione perde troppo rapidamente queste conoscenze non perde semplicemente un lavoratore; perde una parte della propria identità.

Per questo motivo il dibattito sul lavoro dovrebbe forse smettere di interrogarsi esclusivamente su come attrarre persone e iniziare a riflettere più seriamente su come generare appartenenza. Per anni abbiamo celebrato giustamente la flessibilità, l’adattamento e la capacità di cambiare, ma abbiamo finito per trascurare il valore strategico della continuità, quasi fosse un residuo del passato anziché uno degli ingredienti fondamentali della crescita professionale e organizzativa.

Forse, tra qualche anno, l’intelligenza artificiale continuerà a trasformare professioni e processi, nuove tecnologie ridefiniranno il modo di produrre e di lavorare e nasceranno attività che oggi facciamo persino fatica a immaginare, ma la sfida decisiva resterà profondamente umana: ricostruire relazioni sufficientemente solide da resistere alla tentazione permanente dell’uscita di emergenza. Perché nessuna organizzazione può prosperare a lungo se tutti sono pronti a partire e nessuna persona può lasciare un segno duraturo se considera ogni esperienza soltanto una sala d’attesa verso quella successiva.

Il futuro del lavoro, probabilmente, non dipenderà soltanto dalla nostra capacità di innovare più velocemente degli altri, ma dalla nostra capacità di tornare a credere che alcune cose meritino ancora di durare.

Condividi l'articolo

You May Have Missed