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L’illusione del colpevole facile: la GDO

L’illusione del colpevole facile: la GDO

L’Antitrust ha acceso il 16 dicembre scorso, i riflettori sulla grande distribuzione organizzata, come se il supermercato fosse il responsabile di una dinamica inflazionistica che attraversa l’intero sistema dei prezzi. L’immagine è suggestiva: il carrello della spesa diventa il termometro di un malessere macroeconomico, il punto in cui il consumatore misura la temperatura del proprio potere d’acquisto. Ogni etichetta assume il valore di un indicatore, ogni scontrino diventa una diagnosi. Ma è davvero tra le corsie che si annida la causa primaria? La percezione è immediata, il giudizio altrettanto, perché il supermercato rappresenta l’ultimo anello di una catena che parte molto più a monte, eppure finisce per essere il bersaglio più comodo.

Tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi alimentari in Italia sono cresciuti del 24,9%, contro il 17,3% dell’indice generale. Una forbice che ha fatto scattare l’allarme, ma che non restituisce la complessità del fenomeno. È come se il supermercato fosse un paracadute in una tempesta: rallenta la caduta, ma non può invertire la traiettoria. Il consumatore osserva il prezzo salire e punta il dito, senza percepire la tensione strategica che si consuma dietro le quinte, dove ogni intervento è un tentativo di mitigare l’impatto di forze globali che sfuggono al controllo locale.

Se allarghiamo lo sguardo oltre confine, il quadro europeo si rivela non solo eloquente ma persino inquietante. Dal 2021 al 2025, in Germania i prezzi alimentari sono cresciuti del 32,8%, in Spagna del 29,5%, mentre in Francia si sono fermati al 23,9%. Nell’area euro nel complesso l’incremento è stato del 29% e nella Ue27 ha raggiunto il 32,3%. Sono cifre che non lasciano spazio alle interpretazioni: il rincaro del cibo non è un fenomeno isolato, ma una corrente che ha attraversato il continente con la stessa intensità, alimentata da variabili esogene che vanno ben oltre i confini nazionali.

Questa onda lunga è figlia di fattori globali: shock energetici, tensioni geopolitiche, strozzature nelle catene di approvvigionamento e, come se non bastasse, la minaccia ricorrente dei dazi americani che incombe come una nuvola scura sull’orizzonte commerciale, pronta a scaricare pioggia su interi comparti agroalimentari europei. È come un mare agitato che non conosce confini: le onde non si arrestano davanti alle dogane, travolgono ogni costa con la stessa forza, senza chiedere permesso. Ogni Paese è una riva colpita, ogni economia un porto che cerca riparo, ma le mareggiate non si arrestano. E così il carrello della spesa diventa la zattera su cui il consumatore tenta di galleggiare, mentre sotto di lui l’acqua continua a salire.

Le grandi catene distributive, lungi dall’essere meri speculatori, hanno spesso attivato leve per attenuare l’impatto: promozioni mirate, sviluppo delle private label, accordi di filiera pensati per garantire continuità ai produttori e sostenibilità agli operatori più fragili. È una strategia che non si vede, ma che ha permesso di mantenere in equilibrio un ecosistema che rischiava di spezzarsi sotto il peso dei rincari. In questo equilibrio precario, la GDO ha dovuto farsi scudo contro forze globali che nessuna leva commerciale può neutralizzare, mentre altri settori hanno scaricato i costi senza subire la stessa pressione mediatica, protetti da regolazioni e incentivi che li hanno messi al riparo dal giudizio pubblico.

Il paradosso diventa lampante quando si sposta lo sguardo sull’energia. Tra il 2021 e il 2022 i prezzi in Italia sono esplosi, segnando un aumento del 76%, mentre nell’area euro la crescita si è fermata al 38,7%. Nel 2024 il gas ha continuato a salire del 16%, mentre in altri Paesi europei si registravano riduzioni fino al 60%. Le bollette elettriche italiane restano tra le più alte dell’Unione, con costi superiori del 14% alla media. Ma il vero nodo è che questa dinamica non è lineare: l’incremento della materia prima, pur significativo, non giustifica in modo proporzionale il rincaro finale che grava sul consumatore. È come se il prezzo alla fonte fosse una scintilla e quello in bolletta un incendio, alimentato da imposte, oneri di sistema e meccanismi di indicizzazione che amplificano ogni variazione. Il risultato è una trasmissione del costo che non segue la logica del mercato, ma quella di una catena di moltiplicatori che trasformano un aumento in una spirale.

È come trovarsi in una corsa in salita con una zavorra alle caviglie: ogni passo costa il doppio, e il traguardo sembra allontanarsi invece di avvicinarsi. Il consumatore paga non solo l’energia, ma anche il peso di strutture tariffarie rigide e di politiche fiscali che, anziché attenuare l’impatto, lo amplificano. Questo scollamento tra costo industriale e prezzo finale è il vero indicatore di un sistema che non redistribuisce equamente il rischio, ma lo scarica interamente sull’ultimo anello della catena.

Il meccanismo è chiaro e implacabile: la dipendenza dal gas naturale e il peso delle imposte hanno creato una spirale che nessuna leva commerciale può spezzare. Eppure, il dibattito pubblico non ha acceso fari paragonabili a quelli puntati sulla GDO. È come se il campo di gioco fosse inclinato: da un lato un settore che, pur sotto pressione, cerca di difendere il consumatore con strategie visibili; dall’altro comparti strategici, protetti da regolazioni e incentivi, che scaricano i costi senza clamore, come nuotatori che avanzano con il vento in poppa mentre gli altri lottano contro la corrente.

Dietro questi aumenti si nasconde una trama complessa, fatta di fattori esogeni e scelte strategiche. La pandemia ha spezzato le catene di approvvigionamento, le tensioni geopolitiche hanno gonfiato i costi delle materie prime, e le imprese, per difendere i margini, hanno trasferito i rincari sui consumatori. Ma c’è di più: secondo la Banca Centrale Europea, nel 2022 i profitti delle aziende europee sono cresciuti più del doppio rispetto ai salari, contribuendo per oltre la metà alle pressioni sui prezzi. È come se, in una partita di scacchi, i pedoni, i lavoratori, fossero rimasti fermi, mentre le torri, i profitti, avanzavano senza ostacoli, spingendo la scacchiera verso un equilibrio sempre più instabile.

La domanda allora è: stiamo davvero indagando il nodo giusto? La GDO è il volto visibile, ma non il cuore del problema. Il vero squilibrio nasce dalla distribuzione del valore lungo le filiere e dalla capacità di alcuni settori di trasferire i costi senza subire scrutinio. È come osservare una partita di calcio dove l’arbitro ammonisce chi corre troppo, ignorando chi gioca con le mani fuori area. Se vogliamo affrontare la questione dei prezzi, dobbiamo guardare oltre il carrello e interrogare le logiche che governano energia, trasporti e servizi, perché è lì che si decide il peso reale sul portafoglio delle famiglie. E, anche se non mi addentro in questa prima analisi, forse gli organismi di rappresentanza del settore dovrebbero innescare una dinamica strutturata con i vari soggetti di rappresentanza politica nazionale in maniera forte, per riportare il tema su un piano sistemico e non episodico, dove le regole e le tutele non siano frutto di interventi emergenziali ma di una strategia coerente e condivisa.

(Fonti: Antitrust indagine GDO Italia; ISTAT e Eurostat dati inflazione alimentare 2021-2025; BCE report su profitti e salari 2022; analisi prezzi energia Italia e UE 2021-2024; studi su strategie GDO e accordi di filiera; elaborazioni da Il Sole 24 Ore, Reuters, Financial Times, GDONews, Rai).

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