3 Gatti, 45 Problemi
Il responsabile arriva in ufficio convinto che la giornata sarà lineare. Non facile, certo, ma almeno lineare. Dopo tutto, ha preparato un’agenda, ha un piano, persino un paio di buoni propositi. Ma l’universo organizzativo, si sa, ama osservare i piani degli esseri umani come fossero castelli di carte costruiti sopra una lavatrice in centrifuga. Sembra quasi di sentire, in sottofondo, il passo lento del Matto de La Strada che osserva tutto con un sorriso inclinato, come a dire: “vediamo quanto dura questa illusione di controllo”.
Il primo collaboratore lo attende già alla porta, con lo sguardo di un gatto bagnato che ha appena scoperto che il mondo non prevede asciugatrici emotive. Ha un problema personale, urgente, impensabile: pare che il suo vicino di casa abbia trasformato il balcone in una voliera illegale e i pappagalli imitano la suoneria del suo telefono aziendale. Il responsabile lo ascolta, annuisce, comprende. Cerca il confine tra empatia e senso del dovere come un equilibrista che cammina sospeso tra due sedi aziendali diverse. È un momento da Zampanò: muscoli organizzativi da un lato, delicatezza dall’altro. Gli ricorda i diritti, ma anche le consegne della giornata. Perché sì, i pappagalli saranno pure molesti, ma le scadenze non volano via.
Non fa in tempo a sedersi che il secondo collaboratore entra con il passo convinto di chi ha appena risolto un’equazione esistenziale. In realtà deve solo dire che non riesce a trovare il file condiviso. Il responsabile si sente come il custode di un faro circondato da nebbie generate dal pulsante “cerca” di Windows. Ripassa i concetti base: cartelle, struttura, responsabilità. Evita di chiedere se il collaboratore ha provato a leggere le etichette perché il sarcasmo è un ottimo strumento, ma va dosato come il sale sulle patatine aziendali: un pizzico, non una slavina. E mentre parla, gli sembra quasi di vedere, alle sue spalle, Gelsomina che suona la tromba per segnare l’inizio di un nuovo tentativo di illuminazione.
Tre gatti, dicevamo. Ma dei tre, il terzo è sempre il più imprevedibile. Compare verso metà mattina, quando il responsabile è già sopravvissuto alla metafisica delle password dimenticate, all’analisi comparativa delle pause caffè e a un dubbio filosofico sulla differenza tra urgenza e “me lo sono ricordato adesso”. Il terzo collaboratore si presenta con una richiesta organizzativa che somiglia a un origami in fase di decomposizione. Vuole un permesso, ma non lo vuole. Ha bisogno che sia oggi, ma forse ieri. Vorrebbe anche non disturbare, ma gradisce discutere per quarantacinque minuti. Un personaggio da 8½, sospeso tra desideri incomprensibili e una scena che non trova una regia possibile.
Il responsabile ascolta, respira, cerca nella propria mente quel limite sottile in cui la comprensione deve trasformarsi in guida. Perché non è un mago, né un confessore, né un tecnico del suono dei pappagalli. È un responsabile: deve armonizzare il caos, non adottarlo. E così, tra una metafora di viaggio e una di manutenzione straordinaria dell’anima, conduce il collaboratore verso la consapevolezza che i diritti sono sacrosanti, ma i doveri pure. Le situazioni personali meritano attenzione, ma anche i progetti attendono come cani affamati davanti alla porta del risultato.
La giornata continua, naturalmente. Spuntano nuovi problemi come funghi in un bosco umido: piccoli, grandi, assurdi, poetici. Uno segnala che la stampante gli parla. Un altro confessa di aver risposto “ciao mamma” a un cliente in posta. Un altro ancora sostiene di non ricordare dove ha posato la resilienza, ma promette di cercarla dopo pranzo. Il responsabile è lì, dentro il vortice, sospeso tra umanità e operatività, sarcasmo e sostegno, realismo e acrobatica diplomazia. E mentre affronta queste micro‑tragedie quotidiane, sembra di riconoscere sullo sfondo il Clown Bianco che osserva, impassibile, pronto a giudicare ogni sua scelta con un sopracciglio che sale di mezzo millimetro.
E alla fine della giornata, quando anche l’ultimo dei problemi sembra aver trovato una collocazione provvisoria, il responsabile capisce il senso profondo del suo ruolo: non spegnere incendi, ma insegnare ai collaboratori a tenere un estintore emotivo nello zaino. Non risolvere tutto, ma allenare a distinguere ciò che è lavoro da ciò che sembra lavoro ma in realtà è solo un gatto che ha deciso di camminare sulla tastiera per attirare l’attenzione. È il suo piccolo Amarcord quotidiano: un mosaico di scene bislacche che, a rivederle, fanno sorridere più che disperare.
Tre gatti, quarantacinque problemi. Domani saranno quattro gatti e magari cinquanta problemi. Ma il responsabile sa che la vera competenza non è evitare il caos, è danzargli intorno senza perdere l’eleganza. Magari inciampando ogni tanto, magari sbuffando, ma sempre con la consapevolezza che guidare persone significa camminare in mezzo a un circo felliniano, dove l’unico vero trucco è ricordarsi che tutti, ma proprio tutti, meritano ascolto. E che dopo l’ascolto, arriva la direzione. Con la grazia un po’ stanca ma necessaria di un Mastroianni che attraversa la scena sapendo che, in fondo, anche oggi, lo spettacolo è andato avanti.
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