Il mio nome è Nessuno
Dai maranza al mercato del lavoro: la domanda che non stiamo ascoltando.
«Il mio nome è Nessuno». Quando Polifemo, accecato, urla aiuto e racconta che a colpirlo è stato Nessuno, nessuno corre in suo soccorso. Dentro quel passaggio dell’Odissea, apparentemente semplice, Omero consegna una delle metafore più moderne che siano mai state scritte: ciò che non ha un nome, ciò che non viene riconosciuto, ciò che non trova un posto nel racconto collettivo, finisce per diventare invisibile.
Forse è per questo che, osservando il racconto contemporaneo sui cosiddetti maranza, avverto una sensazione di incompletezza. Non perché manchino le cronache, le immagini o perfino le indignazioni, ma perché manca quasi sempre la domanda più importante. Si descrive il fenomeno, si giudica il fenomeno, si combatte il fenomeno, ma raramente si prova a comprendere quale sia il linguaggio che quel fenomeno sta utilizzando per manifestarsi.
Non possiedo soluzioni pedagogiche e non ho mai avuto la presunzione di averne. Ho però sempre osservato la società cercando di cogliere le connessioni apparentemente invisibili tra economia, lavoro e comportamenti collettivi, e ciò che sta accadendo nelle piazze, nei centri commerciali e sui social network mi sembra molto meno distante dal mercato del lavoro di quanto si possa immaginare.
La spiegazione più semplice, come spesso accade, è anche la più rassicurante. Attribuire tutto alla provenienza, alla marginalità, all’integrazione incompiuta o alle tensioni culturali consente di costruire immediatamente una narrazione riconoscibile. È una storia che funziona, una storia che trova facilmente pubblico, una storia che offre responsabili identificabili. Eppure, proprio per questo, temo che sia una spiegazione insufficiente. Perché se davvero bastasse questa chiave di lettura, non assisteremmo a dinamiche che attraversano territori, contesti sociali e realtà profondamente diverse tra loro.
La domanda che continuo a pormi è un’altra: dov’erano quei ragazzi prima di arrivare davanti alla telecamera di uno smartphone? Dov’erano nelle settimane che precedevano quell’adunata organizzata su TikTok? Dov’erano rispetto alla scuola, alla formazione, alle opportunità professionali, alle comunità sportive, associative e civiche che storicamente hanno rappresentato luoghi di costruzione dell’identità individuale?
Forse la questione non riguarda soltanto ciò che fanno, ma ciò che non trovano.
Perché osservando quei raduni, quelle sfide collettive, quelle occupazioni improvvise degli spazi commerciali, non vedo soltanto una manifestazione di trasgressione. Sarebbe però un errore altrettanto grave trasformare questa riflessione in una giustificazione. Le violenze, i danneggiamenti, i saccheggi e l’aggressione al bene comune restano comportamenti inaccettabili e meritano una ferma condanna. Una società civile non può considerare la distruzione una forma di partecipazione. Ma proprio perché condannare è semplice, forse vale la pena comprendere.
Vedo soprattutto una ricerca disperata di appartenenza. Vedo giovani che utilizzano un codice che la mia generazione fatica a comprendere ma che, proprio perché diverso, meriterebbe di essere studiato con maggiore attenzione. Dietro un hashtag, dietro una diretta, dietro una convocazione virale, esiste infatti una straordinaria capacità di aggregazione che altre istituzioni sociali sembrano aver progressivamente smarrito.
Ed è qui che emerge, a mio avviso, il collegamento più sorprendente con il mercato del lavoro.
Da anni ascoltiamo imprese, associazioni di categoria e operatori economici denunciare la difficoltà nel reperire personale, competenze e professionalità adeguate. Parallelamente osserviamo migliaia di giovani che sembrano vivere una crescente distanza dai percorsi tradizionali di costruzione della propria identità adulta. Le due questioni vengono quasi sempre raccontate come problemi distinti, quando forse rappresentano le due facce della stessa medaglia.
Sono le stesse generazioni che vediamo entrare e uscire dal mercato del lavoro con una rapidità che continua a sorprendere manager, imprenditori e responsabili delle risorse umane. Generazioni che cambiano azienda più velocemente di quanto le nostre fossero disposte a cambiare scrivania, che non riconoscono automaticamente l’autorevolezza nelle gerarchie e che giudicano le organizzazioni con criteri profondamente diversi dai nostri. Persino l’annosa discussione sul “Lei” e sul “tu”, che molti adulti continuano a considerare una questione educativa o di rispetto, rischia di essere affrontata dalla prospettiva sbagliata. Davvero crediamo che il problema sia una forma verbale? Davvero immaginiamo che la distanza tra mondi diversi possa essere colmata da una coniugazione grammaticale?
Forse quella discussione racconta più noi che loro. Perché mentre difendiamo simboli e formalità, fatichiamo a interrogarci sui contenuti, sulle opportunità offerte, sulla qualità dell’esempio che stiamo trasmettendo. E allora il dubbio diventa quasi provocatorio: non sarà che dietro certe indignazioni si nasconda una gigantesca idiozia sociale dei boomer? Non l’incapacità dei giovani di comprendere il nostro linguaggio, ma la nostra ostinazione nel pretendere che il futuro continui a parlare quello del passato.
Da una parte vi sono organizzazioni che chiedono partecipazione, impegno, progettualità e senso di responsabilità. Dall’altra vi sono giovani che cercano riconoscimento, visibilità, appartenenza e legittimazione sociale. Cambiano i linguaggi, cambiano le modalità, cambiano gli strumenti, ma il bisogno fondamentale potrebbe essere sorprendentemente simile.
La mia generazione cercava di essere vista entrando in un luogo di lavoro. Quella attuale, molto spesso, cerca di essere vista entrando in un algoritmo. Noi misuravamo il riconoscimento attraverso il ruolo che costruivamo nel tempo. Loro spesso lo misurano attraverso la capacità di generare attenzione in pochi secondi. Noi attendevamo anni per consolidare una reputazione. Loro possono costruirne una, almeno apparentemente, nel tempo di una pubblicazione.
Non è una critica. È una constatazione. Perché ogni generazione parla il linguaggio dell’epoca che abita.
Il punto è che il mercato del lavoro continua a richiedere profondità in una società che premia sempre più la velocità, continua a valorizzare la costruzione progressiva delle competenze mentre l’ambiente digitale incentiva la gratificazione immediata, continua a misurare il merito nel lungo periodo mentre l’ecosistema sociale contemporaneo tende a misurare l’esistenza nel presente assoluto.
Forse allora il fenomeno dei maranza non andrebbe osservato soltanto come una questione di ordine pubblico, ma anche come un indicatore sociale. Forse quelle adunate rappresentano, in forma distorta e talvolta inaccettabile, una gigantesca domanda di riconoscimento collettivo. Forse ci stanno dicendo che esiste una fascia crescente di giovani che non si sente protagonista di alcun progetto sufficientemente attrattivo per dedicargli il proprio tempo, la propria energia e la propria attenzione.
E allora la domanda finale diventa inevitabile.
Se centinaia di ragazzi riescono a mobilitarsi in poche ore attorno a una convocazione digitale, quale forza di attrazione esercitano oggi la scuola, il lavoro, le istituzioni, le associazioni, i luoghi della partecipazione civile? E soprattutto, siamo sicuri che il problema sia esclusivamente nei giovani oppure dovremmo interrogarci anche sulla capacità degli adulti di costruire contesti nei quali valga la pena riconoscersi?
Perché più osservo questi fenomeni e più mi convinco che il vero rischio non sia la presenza di ragazzi che fanno rumore. Le generazioni hanno sempre fatto rumore. Il vero rischio è che dietro quel rumore vi siano migliaia di giovani che, proprio come l’Ulisse dell’Odissea, hanno smesso di presentarsi con il proprio nome e abbiano finito per convincersi di essere Nessuno.
E una società che lascia crescere troppi Nessuno non sta affrontando una semplice emergenza educativa. Sta osservando, senza ancora accorgersene, il proprio futuro che chiede di essere ascoltato.
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